Addio a Roberto Angiolini, grande manager del Jolly Club

Roberto Angiolini, l’uomo Jolly che ha chiuso un’era

Come spesso capita il destino sembra sapere bene ciò che sta facendo. E stavolta uno dei suoi chiari messaggi legati alla pandemia è indirizzato ai rally italiani: si gira definitivamente pagina. Il 4 aprile il coronavirus si è portato via anche l’ultimo simbolo degli anni di maggior successo della specialità nel nostro paese: Roberto Angiolini.

Il patron della più importante scuderia italiana (e non solo) negli anni 70-90, appunto gli anni d’oro dei rally nostrani, aveva fatto del Jolly Club una galassia a cui si rivolgevano a frotte i piloti ma anche le altre scuderie per averne il patrocinio (Piave Jolly Club, Vaemenia Jolly Club e tante altre). E soprattutto le Case per i loro programmi grazie all’impeccabile organizzazione della struttura milanese che ha traghettato il dilettantismo nel professionismo con la capacità di richiamare sponsor importanti con programmi credibili e spesso innovativi, come il team tutto rosa delle pilotesse “caramelline” in tuta Charms.

Ma mantenendo sempre quella (cospicua) dose di mecenatismo – talvolta interessato, ma spesso fine a se stesso – e di scopritore di talenti che hanno permesso a molti piloti di diventare campioni o comunque di correre per i loro meriti. Ad esempio pescare un giovane siciliano (Ninni Runfola) studente in Toscana e solo perché aveva talento e trovare il modo di affidargli una Lancia Stratos praticamente senza spendere un soldo fa parte di una aneddotica tanto ricca quanto quella delle sue esilaranti battute e dei suoi giudizi e messaggi schietti e trancianti, ma che passavano lievi perché sempre proposti con garbo e sorriso sulle labbra.

Tutte cose che si sposavano con le origini familiari di Roberto, figlio del fondatore di un Jolly Club nato per nutrire la passione dei piloti, e con le sue stesse esperienze al volante. E tutte cose di cui oggi i rally sono orfani. Altri tempi, già lo si sapeva, ma adesso c’è anche il doppio sigillo del coronavirus che ha spezzato l’ultimo filo con l’illusione e, per tanti come me, con i rally delle origini che ci hanno fatto sognare, divertire e passare notti ai bordi delle strade stretti gli uni agli altri.

Intanto il governo ha detto che l’Italia può cominciare a ripartire. E anche se lo sport è ancora fra coloro che sono sospesi, l’ACI si è accortamente premurata di far stilare un protocollo medico-sportivo con le condizioni che propone per avere il via libera dal CONI e dallo Stato per rimettere le auto da rally sulle strade dopo il “metadone” per piloti e appassionati dei rally dei campionati in virtuale dietro uno schermo.

Due le cose certe: saranno rally ancora più diversi di quelli dell’epopea di Roberto Angiolini, e il “virtuale” diventerà una insidiosa alternativa, o magari una opportunità. Non a caso anche in ACI Sport è stata istituita una Commissione specifica, il Comitato Olimpico lo vuole alle Olimpiadi, e qualcuno offre ai vincitori dei campionati virtuali una macchina vera: lo sapevate che Sean Johnston, l’americano impegnato nel ERC con la Peugeot 208 R2B ha iniziato correndo in video nelNorth American Nissan GT Academy, una serie che portava il più veloce dei piloti americani con Gran Turismo 5 al volante di una vera auto da corsa.