Quando Renzo Magnani prese in PS Markku Alén
Il Rallye Sanremo 1974, la frontiera estrema del Mondiale e quell’incontro impossibile e in piena PS tra Renzo Magnani e il suo idolo Markku Alén.
Nel 1974 il Rallye Sanremo non era soltanto una tappa del Campionato del mondo rally: era una prova di resistenza tecnica, fisica e mentale che segnava un confine netto tra chi correva e chi sopravviveva. Inserito nel calendario iridato fin dal 1973, il Sanremo rappresentava l’essenza del rally europeo più duro, una competizione ibrida asfalto-terra che costringeva squadre e piloti a compromessi estremi, in un’epoca in cui l’affidabilità meccanica era ancora una conquista quotidiana e il talento puro faceva la differenza.
L’edizione 1974, vinta da Sandro Munari con la Lancia Stratos HF, è ricordata come una delle più emblematiche del primo WRC. La Stratos, al suo apice tecnico, dominò una gara che mise in difficoltà anche i costruttori più strutturati. Alle spalle del tridente Lancia-Fiat-Alpine, il Rallye Sanremo rimase una palestra durissima anche per i privati, chiamati a misurarsi sugli stessi tratti cronometrati dei futuri miti della disciplina.
Tra i territori attraversati dai tratti cronometrati più selettivi figurava anche il Passo Gouta, lungo, irregolare, alternato tra asfalto e terra, con variazioni di ritmo continue e una superficie che cambiava comportamento chilometro dopo chilometro. Una prova che non perdonava errori e che spesso ribaltava le gerarchie apparenti.
È proprio su quella speciale che prende forma uno degli aneddoti più autentici e rivelatori del rally anni Settanta, raccontato molti anni dopo da Renzo Magnani, all’epoca giovane pilota privato, oggi ricordato come uno dei protagonisti organizzativi del rallismo italiano degli anni Novanta.
Renzo Magnani, al primo anno di attività agonistica, era al via con una Lancia Fulvia Coupé Gruppo 3, vettura già superata sul piano tecnico ma ancora competitiva grazie all’equilibrio del telaio e alla precisione di guida che richiedeva. Al suo fianco, come copilota, Rudy Roberto Dalpozzo, grazie al permesso concesso da Virgilio Conrero, figura centrale dell’ingegneria sportiva italiana di quegli anni.
Il primo passaggio sul Passo Gouta fu per Magnani qualcosa di difficilmente concepibile anche a distanza di mezzo secolo. Come lui stesso ha raccontato: “Ero molto gasato anche per il fatto che con la Fulvia Gr.3 al primo anno di corse nel primo passaggio su questa prova avevo fatto il terzo tempo assoluto dietro Alén e Munari. Non ci potevo credere”.
Davanti a lui, in classifica, soltanto due nomi: Sandro Munari e Markku Alén. Il primo, già leggenda vivente del rally italiano; il secondo, finlandese classe 1951, pilota ufficiale Fiat, destinato a diventare uno dei più grandi interpreti di sempre della disciplina.
La sorpresa, però, sarebbe arrivata poco dopo, nel secondo passaggio della prova. Magnani e Dalpozzo raggiungono una Fiat 124 Abarth ufficiale. Al volante c’è proprio Alén. Il sorpasso avviene, ma non senza difficoltà. Magnani lo racconta con ironia e rispetto: “Quando lo abbiamo superato, ho capito il perché: il mio idolo aveva solo 3 ruote. E ho dovuto faticare moltissimo per poterlo superare”.
La scena è quasi surreale, ma perfettamente coerente con lo spirito del rally di quegli anni. Alén, con una ruota mancante o gravemente compromessa, non si era fermato. Continuava a spingere, mantenendo un ritmo tale da rendere complicato anche il sorpasso a una vettura integra.
“Vederlo come andava con 3 ruote sulla sua 124 Abarth ufficiale mi ha confermato perché i grandi campioni sono tali”, conclude Magnani.
L’episodio racchiude l’essenza di un’epoca irripetibile. Nel 1974 non esistevano strategie conservative, né ritiri preventivi. I piloti ufficiali correvano come se ogni chilometro fosse decisivo, anche a costo di portare al limite mezzi già compromessi. Il rally era ancora una disciplina di improvvisazione controllata, dove il talento superava spesso la meccanica.
Il Rallye Sanremo 1974 consacrò definitivamente la Stratos e rafforzò il mito di Munari, ma fu anche una scuola durissima per un’intera generazione di piloti italiani. In quel contesto, l’esperienza di Renzo Magnani assume un valore simbolico: quello di un rallismo aperto, dove un privato poteva trovarsi, letteralmente, a “prendere” uno dei futuri giganti della specialità.
Non per superiorità tecnica, non per destino, ma per una combinazione di coraggio, condizioni estreme e rispetto reciproco. È anche grazie a storie come questa che il Sanremo degli anni Settanta resta una delle prove più leggendarie nella storia del Campionato del mondo rally.








