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Auguri Drago! Il grande Sandro Munari compie 81 anni

Ci sono uomini che con le loro imprese sportive e umane scrivono pagine che resteranno impresse a vita nella storia. Uno di questi UominiLancia (sì, con la maiuscola e una parola sola con Lancia) è Sandro Munari, pilota di Cavarzese (Venezia) nato il 27 marzo di 81 anni fa. La carriera e la storia di Sandro non ha bisogno di presentazioni. Ogni appassionato che si rispetti conosce le imprese le mitico Drago di Cavarzere.

Il debutto nei rally di Sandro, avviene nel 1964 quando un’altra grandissima icona del rally Made in Italy, Arnaldo Cavallari, lo volle al suo fianco nell’impegnativo ruolo di navigatore. Il debutto avviene al Rally della Sardegna, gara che si disputava su fondo sterrato nell’Isola dei Quattro Mori. I due a bordo dell’Alfa Romeo Giulia TI vinsero la gara, precedendo Alessandro Sorcinelli (Morris Cooper) e Luigi Marghinotti (Alfa Romeo Giulia Spider). Sempre nello stesso anno, arrivo anche il successo al Rally San Martino di Castrozza sempre in coppia con Arnaldo.

Quest’esperienza alle note, fu importantissima nella carriera da pilota del Drago, che iniziò a correre da pilota nella stagione 1965. I primi due anni furono di “studio”, ma la svolta arrivò nel 1967 quando Munari navigato da Luciano Lombardini e dal belga Georges Harris conquisto il suo primo titolo Tricolore a bordo della Lancia Fulvia 1.3 Coupé HF, titolo che fu bissato due stagioni dopo (1969).

Ma le vittorie più prestigiose dovevano ancora arrivare. Infatti, arrivarono quattro successi al mitico Rally di MonteCarlo conquistati nelle stagioni 1972, 1975, 1976 e 1977, nel primo caso su Fulvia 1.6 HF, negli altri al volante di una Lancia Stratos HF. Al suo fianco in quegli anni si alternarono grandissimi navigatori come Arnaldo Bernacchini, Sergio Maiga e Mario Mannucci.

Sono anni d’oro per il Drago che, a cavallo tra la stagione 1971 e 1977, conquista nell’ordine la Mitropa Cup (1971) portando in gara la Fulvia 1.6 Coupe HF, l’Europeo Rally 1973 alternandosi tra Fulvia e Lancia Stratos e soprattutto nel 1977 la Cup of Rally Drivers che altri non era che il Mondiale Rally. In quella occasione, al suo fianco, oltre a Silvio Maiga sedete anche Piero Sodano. Tra le vittorie più prestigiose di Munari, oltre ai quattro MonteCarlo, ricordiamo anche le sei vittorie conquistate al Rally San Martino di Castrozza (una da navigatore), due vittorie alla Targa Florio e i successi al Rally del Portogallo, al Tour de Corse e al Costa Brava.

Rally di Monza, la paura della neve e quei MonteCarlo da 5000 km

Lungi da noi polemizzare sull’annullamento della PS12 della finale del WRC 2020, ma ci chiediamo legittimamente cosa ne sia rimasto dello spirito che allietava, ad esempio, quei Rally di MonteCarlo con neve e 5000 chilometri di percorrenza. All’epoca, si trattava di una settimana di gara nella neve con sfide tra Lancia, Fiat ed Opel. Vetture non paragonabili a quelle di oggi e a cui avevano anche limitato i chiodi.

Era il 1977 e come ogni anno il Rally di MonteCarlo apriva il Campionato del Mondo Marche. Una gara importante, una gara da sempre ritenuta la più valida della stagione sotto ogni aspetto tecnico e sportivo. Quell’anno la battaglia era a tre: da una parte la Lancia con le sue Stratos e la Fiat Abarth con le 131, che proprio nel Principato vennero lanciate un anno prima, dall’altra la Opel con le Kadett GT/E. Poi. qualche privato molto ben assistito o in possesso di vetture competitive.

Il rally si annunciava nevoso (come nevoso era annunciato il Rally di Monza 2020) e che, proprio per questo, veniva preparata con dovizia. Sul percorso del rally erano caduti caduti metri di neve, tanto che si parlava della necessità di annullare qualche prova speciale. E non perché i concorrenti volevano che venissero annullate, ma per discutibili scelte contenute nel regolamento particolare di gara, che se l’anno prima avevano contingentato le gomme, nel 1977 prescrivevano chiodi montati solo sulle parti laterali del battistrada, lasciando libera quella centrale. Inoltre, Il numero complessivo dei ramponi non poteva essere superiore a 12 per ogni 10 centimetri.

Risultato? In quell’occasione, i big hanno dovuto studiare d’accordo con le Case di pneumatici (in primo piano la nostra Pirelli) il problema, spendendo tempo e denaro. Le coperture realizzate per quel rally non vennero ovviamente usate in altre gare e questo causò un inevitabile aumento dei costi. Ma come si vede ci fu uno spirito comune, un’unità di intenti, la volontà di gruppo e sportiva, per risolvere il problema, per affrontare e superare la neve. Non una prova speciale, ma una gara di 5000 chilometri innevata e corsa anche di notte. Che mica si dormiva in albergo…

Cosa successe in quella edizione? Il MonteCarlo fu annullato? No. Fu mutilato delle sue PS innevate? No. Con un po’ di suspense e qualche emozione, tanto per tenere svegli gli uomini della Lancia, Sandro Munari, Silvio Maiga e la Lancia Stratos Alitalia conquistarono il loro ennesimo successo nel Principato. Fu una vittoria splendida, resa ancor più bella dal maltempo. Un successo, tra l’altro triplo, per il gruppo Fiat visti i dai piazzamenti della 131 Abarth e delle Seat 124.

Le vecchie cronache, oltre alla vittoria di Munari, ci raccontano che, in quell’occasione, tutti i favoriti uno alla volta, malgrado l’apparenza di una lotta appannata, uscirono di scena. Dàrniche, Frequelin, Rohrl, Nicolas, Pinto, Alen, Verini, Bacchelli furono costretti al ritiro. Ma era il Rally di Montecarlo. Era il rally, con il suo spirito magico. Una gara in grado di dimostrare ancora una volta la sua durezza: dei 230 equipaggi al via soltanto un centinaio terminò la prima tappa. Si corse ugualmente. Fino alla fine. Perché arrivare in fondo era una vittoria per tutti. Perché questo era lo spirito del rally. “Motorsport is dangerous” per definizione. In alternativa, per gli amanti delle chicanes ci sono gli slalom. Belli e divertenti. Ma, appunto, un’altra cosa.

Parola di Jari-Matti Latvala: il più grande di sempre? Sebastien Loeb

“Il più grande di sempre? Sebastien Loeb”. A dirlo è Jari-Matti Latvala. Ma andiamo con ordine. Sulla pagina Instagram del WRC (World Rally Championship), è stato fatto un sondaggio tra i tifosi per votare il miglior pilota di rally della storia. Il migliore in assoluto.

Purtroppo, essendo stato organizzato da persone non eccelse nella storia dei rally, in questo sondaggio non erano presenti Sandro Munari o Henri Toivonen, tanto per citarne due su tutti. La situazione paradossale ha voluto, comunque, che in finale ci arrivassero due pezzi da 90: Sebastien Loeb e Carlos Sainz.

Tra Sebastien Loeb e Carlos Sainz ha vinto lo spagnolo, ma non tutti sono d’accordo su questa scelta. Uno dei tanti che ha voluto dire la sua c’è il pilota finlandese Jari-Matti Latvala, autore non solo di quattro secondi posti, ma anche testimone dell’ascesa di Sebastien Loeb, dai duelli con Solberg fino al dominio dei giorni nostri. Ascesa, quella del francese, che ha “segato” sia lui che Mikko Hirvonen.

Jari-Matti Latvala ha precisato: “Se parliamo del più grande di sempre, è scontato dire Sebastien Loeb. Ha vinto nove mondiali con lo stesso Costruttore, nella maniera più straordinaria possibile. Ha fatto pochissimi errori, e quando cadeva si rialzava sempre senza problemi. Ed è anche un’ottima persona, molto umile e onesto”.

Sandro e Flavia Munari: all’inizio fu un Peccato Veniale

Flavia era seduta sui cuscini del salotto nella hall del Grand Hotel di Cesenatico, quando quei due uomini entrarono in albergo. Flavia non li degnò di uno sguardo. Primo li considerava due dei vecchietti, avendo all’incirca dieci anni più di lei. Secondo, era furibonda per aver appena preso atto che la sua carriera di modella era terminata.

Studentessa di medicina con buoni risultati, la ragazza bolognese era di una bellezza mozzafiato, al punto di essere stata scelta come modella per la pubblicità delle motociclette Honda, che in quel periodo iniziavano a invadere l’Italia. Già si era vista a girare il mondo per sfilare sulle passerelle più prestigiose, guadagnare molti soldi come accadeva alle top model. E invece doveva chiudere lì.

E non perché non piacesse ai vertici italiani della Casa giapponese o all’agenzia di pubblicità che curava la campagna, che già le avevano proposto un prolungamento del contratto.

“Quando mio padre venne a sapere che avevo posato per una campagna pubblicitaria, pose seccamente il suo veto. Addirittura voleva restituissi i soldi che mi avevano dato per quel primo servizio” racconta mezzo secolo dopo Flavia Pretolani, oggi signora Munari, cui proprio non andava giù l’imposizione del padre, conosciuto e stimato dentista bolognese.

Ma era impensabile non ubbidirgli.

Flavia, quella sera, non aveva proprio testa di socializzare con la gente. Meno che mai con i due nuovi arrivati. Ma uno dei due la pensava diversamente e quando Flavia, con tutto il gruppo di suoi amici, si trasferì nella discoteca “Il Peccato Veniale”, il locale più in di Cesenatico, di proprietà di Giorgio Ghezzi, portiere titolare di Inter, Milan e Nazionale, che negli anni Cinquanta vinse tre campionati italiani e la prima Coppa dei Campioni conquistata da una squadra di calcio italiana, il suo nuovo ammiratore si appiccicò alla ragazza e ballò con lei tutta la notte, terminando la serata in un ristorante cenando con i gamberoni.

“Io non avevo sicuramente preso in considerazione quel vecchio giovanotto, piombato per caso nell’albergo in cui trascorrevo le vacanze estive (come sempre il destino ci aveva messo lo zampino, facendo compiere una deviazione a Sandro e al suo amico, per andare a trovare il proprietario dell’hotel, loro conoscente) e nemmeno fui impressionata quando un mio cugino mi disse, tutto eccitato: ‘Quello è Sandro Munari, campione italiano rally (Munari aveva conquistato il suo secondo titolo italiano nel 1969 su Lancia Fulvia 1.3 HF affiancato da Arnaldo Bernacchini, bissando il successo del 1967, vinto sempre su Fulvia con Luciano Lombardini). Manco sapevo cosa fossero i rally”

Sandro Munari si era innamorato di Flavia al primo sguardo e inizio una corte serrata e da quale uomo tenace che è ottenne il successo più importante della sua vita sposando Flavia appena un anno dopo.

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100 anni di Storie di Rally in un elegante volume

Una storia, quella dei rally, raccontata in tante storie, 74 per la precisione e circa 200 brevi aneddoti. Il tutto raccolto in 280 pagine. Questo è “100 anni di Storie di Rally”, nuova opera curata dal “nostro” Marco Cariati e dalla redazione di Storiedirally.it che ha riadattato e trasferito su carta le storie più belle e più lette del sito, dopo averle riordinate in un percorso cronologico che – partendo da Carlo Abarth, un po’ più anziano del Rally di MonteCarlo, e passando attraverso storia e aneddoti sul Rally di Sanremo, Cesare Fiorio, Rally di Svezia, Lancia, Tour de Corse, Safari Rally, Sandro Munari, Ove Andersson, David Richards, Stig Blomqvist, Attilio Bettega, Walter Rohrl, Henri Toivonen, Miki Biasion, Carlos Sainz e molti altri – attraversa le varie epoche del rallismo internazionale e italiano.

“100 anni di Storie di Rally” arriva fino ai tempi più moderni del rallismo, quelli di Alex Fiorio e Giandomenico Basso emergenti nel Trofei Fiat Rally, o quelli ancor più recenti con i vari Andrea Aghini, Andrea Dallavilla, Marcus Gronholm, Paolo Andreucci, Jari-Matti Latvala, Petter Solberg, Richard Burns, Sebastien Loeb, eccetera, impegnati rispettivamente a cercare il proprio meritato momento di gloria. E poi c’è la contemporaneità. Giorni, quelli odierni, che raccontano di un italiano emergente, come Andrea Crugnola, di un italiano sul tetto del mondo, come Andrea Adamo, e della “scuola francese di rally” mestamente ritirata dal WRC. Ma non solo.

Tematiche punteggiate nel libro con una o più storie, aneddoti esclusi: Carlo Abarth, Rally di MonteCarlo, Virgilio Conrero, Rally d’Italia, Cesare Fiorio, Rally di Svezia, Lancia nei rally, Tour de Corse, La grande sfida di BMC, Safari Rally, Mini, Walter Rohrl, WRC, Rally del Marocco, Sandro Munari, La famiglia Scandola, Rally Nuova Zelanda, Campionato Autobianchi A112 Abarth, Ove Andersson, Rally del Portogallo, Lancia-Martini, Seat Panda 45 e rally, Miki Biasion, Stig Blomqvist, Audi Quattro, Peugeot 205 T16, David Richards e Prodrive, Gianni Delzoppo, Lancia Delta, Campionato Fiat Uno, Attilio Bettega, Ayrton Senna, Campionato Italiano Rally 1986, 2 maggio 1986.

E poi ancora: Rally della Lana 1986, Paolo Andreucci, Rally di Sanremo 1988, Tripletta Lancia 1989, 1000 Laghi 1990, Rally di Spagna 1991, Subaru Impreza 555, Trofeo Fiat Cinquecento, RAC 1997, Rally di Finlandia 1998, RAC 1998, Rally di Aosta 1998, Richard Burns, Ari Vatanen, Subaru Impreza P2000, Markko Martin, Rally del Giappone, Mexico Rally, la stagione degli addii nel WRC, Rally Costa Smeralda 2010, Andrea Crugnola, Jari-Matti Latvala, Olivier Quesnel su Loeb e Ogier, WRC 2017, Hyundai e Adamo, Citroen World Rally Team.

L’incredibile corsa: poesia di Matteo Losi sul MonteCarlo 1972

Mattia Losi, giornalista professionista che lega la sua carriera al quotidiano “il Sole 24 Ore” racconta in forma romanzata, ma ben documentata, chilometro per chilometro, l’epica vittoria di Sandro Munari e Mario Mannucci, con la Lancia Fulvia HF, al Rally di Monte-Carlo del 1972. Un racconto emozionante che fa rivivere momenti indimenticabili per gli appassionati di questo sport.

Da sempre, Losi è tifoso di Munari-Mannucci, scritto tutto d’un fiato, come un nome solo con un trattino in mezzo che unisce invece di separare. L’autore, ogni qualvolta gli hanno chiesto di scrivere un libro, si è sempre rifiutato, dicendo che non è il suo lavoro.

Con L’incredibile corsa ha fatto un’eccezione: a Sandro e Mario non si può dire di no. E poi, tutto sommato, questo libro non l’ha scritto lui. L’autore è un bambino di dieci anni: cresciuto, e ormai vicino ai sessanta, ma con il cuore rimasto a quel lontano 28 gennaio del 1972.

Scrive Losi in L’incredibile corsa nel descrivere l’opera alla moglie di Mario Mannucci: “Ciao Ariella, la vittoria nel Rally di Montecarlo del 1972 non è stata solo un’impresa sportiva. Ha rappresentato il trionfo della volontà, della tenacia, del coraggio di non arrendersi quando tutto sembrava perduto. Ha ridato lavoro a centinaia di persone, costringendo la Fiat a riaprire le catene di montaggio della Fulvia“.

“Ha regalato a migliaia di appassionati momenti di gioia e dolore, esultanza e preoccupazioni, sorrisi e lacrime fino all’ultimo momento. Fino al traguardo. Nello scrivere “L’incredibile corsa” mi sono abbandonato alle emozioni. Ho chiuso gli occhi e sono salito sulla 14 con Sandro e Mario. Ho vissuto con loro le fatiche della gara, ho ascoltato le loro parole e i loro silenzi, ho condiviso il gelo del Burzet e il trionfo sul Turini”.

“Non ho scritto il solito libro di macchine: quella straordinaria impresa meritava molto di più. Così ho scritto ascoltando il cuore: perché anche chi non ha mai sentito parlare di rally si possa ritrovare, con le lacrime agli occhi, a leggere e rileggere una storia meravigliosa. A raccontarla ai propri figli e ai propri nipoti, perché nessuno la possa dimenticare”.

“L’ho fatto per Sandro e Mario, i campioni della mia vita. L’ho fatto per tutti gli uomini che hanno portato la Fulvia in cima al mondo. E l’ho fatto anche, con immenso affetto, sperando di regalare un lampo di felicità ai tuoi bellissimi occhi azzurri”. Un libro che tramanda alla memoria una bellissima storia.

la scheda

L’INCREDIBILE CORSA: UNA STORIA DIVENTATA LEGGENDA

Autore: Mattia Losi

Copertina: morbida

Pagine: 192

Immagini: 10 in bianco e nero

Formato: 14 x 21 centimetri

Editore: Ephedis

Prezzo: 23 euro

ISBN: 978-2-9561369-0-3

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Destra 3 Lunga Chiude: storie di Carlo Cavicchi

Destra 3 Lunga Chiude – Quando i rally avevano un’anima. O meglio, quando i rally erano Rally, accadevano cose spesso sopra le righe e ripassarle fa bene, perché sembrano delle favole romanzate quando invece erano soltanto la regola. Basta leggerne una per sera e la notte si sognerà.

A far sognare sono certo le storie, i racconti ma anche i protagonisti: da Andruet a Bettega, da Cerrato a Mikkola, da Pinto a Fassina passando attraverso Trombotto, Verini, Pregliasco, Barbasio e Ballestrieri. Tutta gente che, per davvero, ha scritto la storia del rally. Il tutto raccontato da un grande scrittore del settore quale Carlo Cavicchi.

I rally di ieri, quelli che attraversano trent’anni dal 1960 al 1990, non erano semplici corse, bensì un concentrato di avventure. Erano esageratamente lunghi, martoriati da strade dal fondo impossibile con piloti preparati sempre al peggio. Notte e giorno, sole battente e pioggia vigliacca, poi neve e nebbia, polvere e verglas. Chi guidava doveva farlo a bordo di automobili che si rompevano sistemate su gomme incapaci di reggere le asperità.

Un contesto perfetto per generare storie incredibili. Ecco allora una raccolta di storie, molti dei quali si fa fatica a trovarne traccia, che possono aiutare chi c’era all’epoca a ricordare e chi allora non c’era e vuole sapere. Pagina dopo pagina va in rassegna un’era irripetibile dove in scena non ci sono esclusivamente i vincenti, bensì i contorni delle imprese, le sconfitte con la stessa dignità dei successi, i dolorosi ordini di scuderia così come i gesti generosi di chi sapeva rinunciare a una vittoria per aiutare un collega in difficoltà.

Nella prefazione di “Destra 3 lunga chiude – Quando i rally avevano un’anima” Carlo Cavicchi scrive: “Più che delle storie sono delle favole vere e come in tutte le favole c’è il buono e lo sconfitto, il generoso e il furbo, in tutte le stagioni a tutte le temperature, sotto la pioggia, in mezzo alla neve e nel deserto. In scena non ci sono soltanto i piloti vincenti, ma anche quelli sconfitti o traditi dal mezzo meccanico e qualche volta dal compagno di squadra”.

L’esperto di comunicazione automtive Luca Pazielli, in una sua recensione su Autologia aggiunge: “Rauno Aaltonen e Pentti Airikkala non sono certo noti come i nostri Munari o Ballestrieri, le vittorie della Datsun e della Saab non hanno scaldato i tifosi quanto le sfide tra Fiat e Lancia, ma in ogni capitolo, per il lettore, ci sarà la sorpresa di qualcosa che Cavicchi ha vissuto da testimone. Non gli è certamente sfuggito anche il duro lavoro svolto dai meccanici durante le assistenze, a loro è dedicato un intero capitolo, che fa capire quanto sia stato prezioso il loro contributo nelle vittorie”.

I personaggi che l’autore ha scelto quali protagonisti del volume sono: Rauno Aaltonen, Erik Carlsson, Pentti Airikkala, Markku Alén, Jean-Claude Andruet, Fulvio Bacchelli, Amilcare Ballestrieri, Sergio Barbasio, Attilio Bettega, Miki Biasion, Marc Birley, Tony Carello, Dario Cerrato, Jim Clark, Bernard Darniche, Per Eklund, Tony Fall, Guy Fréquelin, Kyösti Hämäläinen.

E ancora, Paddy Hopkirk, Harry Källström, Simo Lampinen, Bosse Ljungfeldt, Timo Makinen, Shekhar Mehta, Hannu Mikkola, Michèle Mouton, Sandro Munari, Federico Ormezzano, Alcide Paganelli, Raffaele Pinto, Fabrizia Pons, Mauro Pregliasco, Carlos Reutemann, Walter Röhrl, Carlos Sainz, Joginder Singh, Jean-Luc Thérier, Pauli Toivonen, “Tony” (Tony Fassina).

la scheda

DESTRA 3 LUNGA CHIUDE

Autore: Carlo Cavicchi

Volumi: collana editoriale Grandi corse su strada e rallies

Copertina: rigida

Pagine: 238

Immagini: 21 in bianco e nero e 76 a colori

Editore: Giorgio Nada Editore

Prezzo: 21 euro

Peso: 540 grammi

ISBN: 978-8-8791166-6-4

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Caccia al talento e talenti cacciati

La stagione delle chiacchiere è aperta. Che farà Andreucci dopo l’undicesimo scudetto? E la Peugeot – o meglio il Gruppo PSA che vuol dire anche Citroen, Opel e DS – insisterà sulla 208 T16 o si rivolgerà alla C3 R5, di cui Racing Lions ha già ordinato un esemplare (ma vuol dire poco)? Di certo ci sono solo i trofei con le 208 R2B per celebrare il Quarantennale dei monomarca rally italiani del Leone. Che farà Campedelli ora che la BRC ha venduto la sua Fiesta R5? Cercherà un accordo diretto con M-Sport? E che sarà del sodalizio Skoda-Scandola?

E si è aperta anche la nuova stagione della caccia al talento. In modo doppiamente sorprendente: imitando il mondiale rally con l’introduzione di una serie monomarca Ford Pirelli e togliendo lo Junior dal CIR per poter fare dello sterrato il “centro” della serie in prospettiva iridata per il suo vincitore. A completare l’opera, lo stravolgimento del Supercorso Federale, diventato Shoot-Out propedeutico a questo Junior con una selezione partita da età e disponibilità economica (sigh, è a pagamento!) per un gruppo infarcito di sconosciuti, poi setacciati per età e suddivisione geografica, nella aleatoria speranza che il talento si celi fra chi ancora di altri meriti non ne ha piuttosto che i fra i pochi che qualcosa già hanno mostrato.

In fondo lodevole come tentativo ‘diverso’, visto che con i precedenti sistemi non si è certo centrato il teorico scopo finale: rilanciare un italiano nei Top del mondiale. E siamo a trent’anni dall’ultimo titolo iridato (Biasion), più di venti dall’ultima vittoria (Liatti, Montecarlo ’97), dieci dall’ultima stagione WRC (2008, Galli con la Ford Focus). Eppure i talenti probabilmente li abbiamo anche avuti. Ma sembra nessuno se ne accorga neppure adesso che sono ampiamente negli ‘anta’ e fanno mirabilie, come Luca Rossetti e Giandomenico Basso – peraltro gli ultimi ad aver fatto vincere un marchio italico fuori dai confini. Chissà dove sarebbero arrivati se ci fosse stata la Fiat/Lancia degli anni di Munari e Biasion…

A ‘Giando’ – senza parlare dei titoli italiani e internazionali da ‘ufficiale’ – non è bastato nemmeno lo scudetto 2016 per garantirsi un futuro certo da professionista. E neppure la vittoria nella serie europea Ter sia nel 2017 che nel 2018. Men che meno l’essere stato ampiamente il migliore dei nostri nel Roma Capitale Europeo. Luca – pure lui scudettato e tricampione europeo – ha scontato la scelta illusoria (in chiave prospettive iridate) verso Abarth, perdendo poi un sedile ufficiale ma nulla del suo talento. Nel 2018 ha disputato 8 rally e ne ha vinti sei: 4 con la Skoda Fabia, uno con la Hyundai i20 (il Due Valli CIR) ed uno con la DS3 Wrc.

Negli altri due casi grandissima prestazione in Friuli (con la i20) – 4° assoluto ma vincente in R5 – ed un ritiro, al Casentino. E l’anno scorso non era stato da meno 6 gare in R5 con cinque vittorie (Due Valli CIR compreso) e un ritiro (Friuli da protagonista in Hyundai). Accanto a quattro gare in giro per l’Europa con la Toyota Gt-86 R3, e il solo pilota riuscito a farla sembrare competitiva.

Insomma, talenti cacciati.

Questo è l’editoriale del direttore di RS e oltre di dicembre 2018: scopri il giornale

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UominiLancia: per appassionati non deboli di cuore

Lo ricevo qualche giorno dopo e, da maniaco dell’editoria creativa, della grafica e della forma, resto un po’ deluso dalla copertina e dall’impaginato decisamente spartani, figli di un’autoproduzione fatta dall’autore stesso. Mi sforzo di non farmi condizionare (anche se, durante la lettura, verrò distratto da qualche virgoletta di troppo, mentre qualche refuso tradisce la mancanza di un editing professionale prima del “visto si stampi” e comincio a leggerlo.

Quella che ho tra le mani è la ristampa della seconda edizione, integrata con un capitolo che, per la sua corposità e intensità, meriterebbe un libro a sé. Inizio a leggere e vengo totalmente rapito: questo libro è un piccolo gioiello, scritto con amore, con il “moto del cuore”, per citare l’autore, e con uno stile assolutamente particolare che, attraverso un racconto romanzato, porta il lettore a scoprire la storia della Lancia, anzi LANCIA rigorosamente tutta maiuscola e di tutti gli uomini che l’hanno fatta.

Il primo degli UominiLancia che si incontra è Gianni Lancia, il figlio del fondatore Vincenzo, che guidò l’azienda di famiglia nel Secondo dopoguerra. Visionario come il padre, a differenza di quest’ultimo ha una sfrenata passione per le corse e la tecnologia che ci sta dietro.

Il racconto, in prima persona, ci porta agli ultimi giorni di Gianni in azienda, prima della cessione definitiva a Pesenti e il successivo esilio in Sudamerica. Ma ci descrive anche come il visionario figlio del ‘Censin’ (Vincenzino in dialetto torinese) avesse previsto il futuro dell’automobilismo e avesse lottato, anche contro la propria famiglia, per anticiparlo. Purtroppo senza riuscirci.

Un tema, quello delle lotte intestine, che è un vero e proprio fil-rouge nella storia della Casa di Chivasso. Epico il dualismo tra il Professor Antonio Fessia ed Ettore Zaccone Mina. Ingegnere con velleità di insegnante con la passione per la trazione anteriore il primo, perito meccanico entrato in azienda ancora minorenne il secondo. Un intero capitolo è dedicato a loro due, alla loro guerra di idee, di approcci e passioni. Perché, se Gianni Lancia era un fermo sostenitore delle Corse, il Professore le odiava. Così come odiava tutto ciò che a esse era collegato.

UominiLancia: Gianni Tonti, Pierugo Gobbato, Sandro Munari

E qui entrano in gioco le mosse – a tratti carbonare – della Squadra Corse HF di Cesare Fiorio che, quasi in sordina e con il supporto, non sempre sbandierato, di UominiLancia del calibro di Gianni Tonti, Pierugo Gobbato, Sandro Munari & Co, ha tenuto in vita prima e reso grande poi un Team vincente in tutto il mondo.

Nell’introduzione a questa edizione, l’autore racconta di quando Cesare Fiorio, durante una chiacchierata telefonica, gli disse: “Scusi Calvani, ma Lei dov’era? Perché sicuramente Lei c’era!”. Mai domanda fu più azzeccata. Il romanzo è talmente ricco di dettagli ed è scritto così bene da trasportarti direttamente “sulla scena”. E non uso questo termine a caso.

A tratti sembra proprio una narrazione cinematografica, soprattutto il capitolo sulla nascita della Stratos, “Incontri”: me lo sono immaginato, inquadratura per inquadratura, e sono certo sarebbe un capolavoro anche sul grande schermo. Chissà che qualcuno non ci pensi.

Un libro ricco di emozioni, in certi punti divertente, in altri commovente. Come, ad esempio, nel capitolo finale, che l’autore ha voluto dedicare al suo “ultimo idolo” Henri Toivonen. Un altro degli UominiLancia che, nella sua sfortunata e breve vita, ha contribuito a costruire un mito. Quella LANCIA – rigorosamente tutta maiuscola – che qualcuno, come più volte è successo nella sua storia, ha provato a distruggere. E che ancora prova periodicamente a distruggere.

Non è un caso se Calvani ha deciso di stampare la seconda edizione di questo ‘gioiello editoriale’, che fa parte della campagna di sensibilizzazione #SaveLancia proprio nell’anno in cui ricorre il trentesimo anniversario dalla conquista del primo titolo iridato di Miki Biasion, e nell’anno che precede scelte difficili per un Marchio storico vergognosamente relegato in un angolo di un bugigattolo. Per richiede una copia di questo libro, bisogna contattare direttamente l’autore (avv.lorenzocalvani@gmail.com) scrivendo al suo indirizzo mail.

la scheda

UOMINILANCIA: RACCONTI DI UOMINI CHE HANNO COSTRUITO UN MITO

Autore: Lorenzo Calvani

Copertina: Morbida

Pagine: 304

Immagini: molte in bianco e nero

Dimensioni: 17 x 24,50 centimetri

Editore: Autopubblicazione

Prezzo: 22 euro

Peso: 500 grammi

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Sotto il Segno dei Rally 1: storie italiane di rally

Sotto il Segno dei Rally 1, come un film, cerca di fermare i momenti più significativi vissuti da alcuni fra i piloti italiani che sono entrati nella storia della specialità, dagli anni Cinquanta fino alla fine dei Settanta. Non biografie, ma autentici “brani di vita” raccontati da personaggi dal grande spessore umano e sportivo. Così come in Sotto il Segno dei Rally 2.

Gente che ha lasciato tracce importanti, in alcuni casi dimenticate. Villoresi, Cella, Patria, Cavallari, Giunti, Ceccato, Barbasio, Carello, Pinto, De Adamich, Ballestrieri, Pregliasco, Pianta, Montezemolo, Tony Fassina, Verini, fino ad arrivare a colui che è entrato nella leggenda, che è diventato per tutti l’emblema dei rally, Sandro Munari. Sono soltanto alcuni dei nomi racchiusi in quest’autentica antologia, un’opera che raccoglie le imprese di sessanta personaggi che hanno lasciato un segno indelebile nella storia dei rally.

Alla realizzazione di questo volume ha collaborato Gianni Simoni, storico navigatore di Arnaldo Cavallari. La storia ha avuto un seguito con un secondo titolo, uscito nel 2014, in cui è stata la volta di altri piloti italiani che hanno corso dagli anni Ottanta sino ad oggi, quali, tra gli altri, Vudafieri, Zanussi, Bettega, Tabaton, Tognana e Miki Biasion. Riportiamo l’elenco completo dei piloti inclusi nel volume: Bacchelli Fulvio, Bauce Roberto, Besozzi Gianni, Bossetti Gianni, Cambiaghi Anna, Cambiaghi Roberto.

E ancora: Carello Tony, Cavriani Franco, Svizzero dr. Francesco, Tacchini Vanni, Zeffirino Filippi, Andrea De Adamich, Luciano Trombotto, Luca Cordero di Montezemolo, Cesare Gerolimetto, Alcide Paganelli, Giorgio Taufer, Pino Ceccato, Arnaldo Cavallari, Tominz Roitti Donatella, Raffaele Pinto, Maurizio Verini, Salvatore Brai, Giuliano Alto, Luigi Battistolli, Tony Fassina, Silvio Dus, Tecilla Anna.

Esiste la possibilità di acquistare Sotto il Segno dei Rally I e Sotto il Segno dei Rally II in abbinata e contenuti in un elegante cofanetto. Si tratta di una edizione limitata di duecento pezzi, che consiglio vivamente e che trovi dettagliata nella scheda libro. L’autore mi ha concesso la pubblicazione di alcuni estratti del suo libro. E sinceramente, non potevo non condividerli con te. Li trovi facendo una semplice ricerca nel sito. Di seguito ne pubblico uno molto bello.

Giovanni Casarotto: e Francesca tirò l’ombrellino

Mille volte aveva detto basta. Troppe volte la sfortuna si era messa di mezzo a togliergli quelle soddisfazioni che avrebbe meritato. Capitavano sul più bello, quando la vittoria o il grande risultato erano a portata di mano. Succedeva sempre qualcosa, magari piccoli guasti, particolari di poche decine di lire per far svanire il sogno. “Basta”, lo ripeteva alla moglie Francesca Serafini, la prima tifosa, oltre che navigatrice. Tante gare assieme, tante delusioni. Poche le gioie. Ne parlavano di quanto avveniva. Sfortuna, sfiga, non riuscivano a capire come fosse possibile capitasse a loro, quasi una maledizione.

Eppure Giovanni Casarotto, su asfalto o sterrato, era sempre tra i più veloci, senza timori nemmeno dei nomi più blasonati. A parità di macchina non aveva paura di nessuno. Poi, sul più bello, la mazzata. Nell’ambiente avevano perfino storpiato il cognome in “Cosaharotto”, tanto si ripetevano i ritiri per guasti meccanici. Pochi gli stop per errori di guida, uscite di strada, no, erano le rotture di componenti, delle varie auto, a lasciarlo a piedi.

In quel Valli Pinerolesi di metà giugno 1979, prima della partenza, doveva scacciare quel pensiero che lo tormentava da tanto, troppo tempo. Alla guida di una Lancia Stratos, al suo fianco, il vicentino Giorgio Zonta. Giuliano Michelotto, quella macchina azzurra, con la grande scritta dello sponsor dipinta di bianco, l’aveva controllata fino all’ultima vite. Voleva essere sicuro.

Anche i più piccoli particolari erano stati come scannarizzati. A Modena, in aprile, il vicentino fu costretto al ritiro, quasi subito, per la rottura delle puntine platinate. “In 12 anni che sono in mezzo ai motori, non mi era mai capitato un guasto del genere. L’incredibile è che le avevo sostituite poco prima della partenza”, così spiegò il preparatore padovano”. “A Casarotto può succedere anche questo”, continuò.

Non era finita. Quel rally di Modena lo vinse il giovane Mauro Simontacchi, di Padova, con una Lancia Stratos. Fin qui nulla di strano. Ma quella macchina era quella di Casarotto, la stessa che lo aveva sempre lasciato a piedi nel 1977 e 1978. Colmo dell’ironia su 300 vetture partite vinse proprio la macchina che lo aveva piantato in asso per due anni consecutivi.

Roba da matti. Giovanni, professione mugnaio – di famiglia uno dei Molini più antichi del vicentino – aspettava che gli dessero il via per annullare quella tachicardia che lo prendeva prima che si abbassasse la bandiera. Michele ‘Tito’ Cane, l’avversario da battere, colui con il quale ormai si confrontava da anni.

Partì all’assalto il pilota con la Fiat 131 della 9-Nove. Come al solito numerosa schiera dei concorrenti, tutti agguerriti. Celesia e Montaldo con le Stratos, Massimo Bonzo, con la 131 della Quattro Rombi, Casarotto avrebbe dovuto vedersela anche con questi. Sullo sterrato “scassamacchine” piemontese, Giovanni cercò di non esagerare, di non compromettere la macchina. Sempre con il cuore in gola, aspettando chissà cosa.

Tito Cane era davanti, aveva imposto un ritmo molto alto alla gara. Nella nona prova speciale il piemontese accusò problemi alla scatola guida. Perse un minuto e mezzo. Il vicentino passò in testa. Nei chilometri precedenti altri importanti interpreti come Simontacchi, Uzzeni, Antonella Mandelli e Mirri, salutarono la truppa. Un rally di grande incertezza. Casarotto quasi non ci credeva quando vide la pedana di Villar Perosa. Aveva vinto, scacciando quella sfortuna che, da troppo tempo, lo perseguitava. Al secondo posto, staccato di cinque minuti e mezzo Celesia, terzo Cane, quarto Montaldo e quinto Bonzo.

Anche Giovanni era uno della banda di Vicenza che andava a seguire il San Martino. Come tutti. Si era fidanzato con Francesca Serafini, bellezza mediterranea, simpatica, un’esperienza di navigatrice con Luisa Celadon. Un giorno andarono a provare a Valstagna. Avevano un’HF Gruppo tre. Lei si presentò in tailleur, scarpe con tacchi e un ombrello. “Se piove, non si sa mai…”, disse a Giovanni che l’aveva guardata come fosse una marziana.

Arrivarono che faceva buio. E c’erano migliaia di persone, quasi che il rally fosse già cominciato. Da anni sempre così. Imboccarono la gola che portava all’inizio della prova speciale. Giovanni le spiegò che avrebbero dovuto fare una nuova manovra. Il secondo tornante di Valstagna, molto stretto, era necessario – con una trazione anteriore come l’HF – anticiparlo tirando il freno a mano per far sbandare il posteriore della vettura.

“A cento metri dal tornante metti la mano sulla leva del freno e tiri di brutto quando te lo dico io. Così non stacco le mani dal volante e vedrai che roba…”. Francesca fece cenno di aver memorizzato tutto. Schiacciò l’acceleratore a fondo, tornante largo a destra, inizio della salita, rettilineo, semicurva destra in pieno ed ecco il tornante sinistro, uno dei simboli di quella speciale fatta come una scala. Ancora giù, ancora giù. Arrivò il momento fatidico. “Tira, tira….”, urlò Giovanni”.

In un millesimo di secondo capì che c’era qualcosa che non andava. Della frenata nemmeno l’ombra. L’HF fece un dritto pazzesco. Francesca invece della leva del freno aveva trovato il manico del suo ombrellino. E l’aveva tirato. Gli improperi rimbombarono nella valle. Una volta usciti dal patatrac, Giovanni dovette affrontare un’altra prova. Difficile. Telefonare al padre di Francesca. Era d’accordo che l’avrebbe riaccompagnata prima di mezzanotte. Allora, star fuori con la ragazza, una notte, neanche a pensarci.

Sior Serafini, gho spacà la machina. Non posso portare a casa Francesca…Me despiase. Tranquillo non si preoccupi. Arriviamo domani…”. Dall’altra parte del filo il signor Serafini lo gelò: “Giovanni, me raccomando…”. Nel San Martino 1974 Giovanni Casarotto in coppia con Francesca Serafini, su Fulvia HF 1600 della scuderia Palladio, si piazzarono al decimo posto assoluto. Primi dei piloti privati. Da applausi.

la scheda

SOTTO IL SEGNO DEI RALLY

Autore: Beppe Donazzan

Volumi: collana editoriale Grandi corse su strada e rallies

Copertina: rigida

Pagine: 416

Immagini: 56 in bianco e nero e 27 a colori

Dimensioni: 14 x 22 centimetri

Editore: Giorgio Nada Editore

Prezzo: 20,50 euro

Peso: 780 grammi

ISBN: 978-8-8791158-5-8

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Sandro Munari: una vita di traverso scritta da Remondino

Sandro Munari, autentica leggenda del rallysmo mondiale, racconta per la prima volta la storia della sua irripetibile carriera sportiva, dagli esordi sui kart fino alle prime corse in automobile con la Flavia Coupé. A narrare il romanzo dell’uomo e del campione è l’abile penna di Sergio Remondino a cui Munari ha affidato il racconto delle sue imprese e dei suoi ricordi.

Questa affascinante biografia è corredata da immagini inedite, a colori e in bianco e nero, provenienti dall’archivio personale del pilota. La notorietà del “Drago di Cavarzere” deriva da un mix di fattori dei quali essere stato il primo italiano ad aggiudicarsi la Coppa Fia Piloti nel 1977, al volante della Lancia Stratos, rappresenta solo la ciliegina sulla torta.

Nato a Cavarzere, città della bassa Polesana, il 27 marzo del 1940 è cresciuto in una famiglia di campagna. La prima volta che vide una gara aveva sette anni era la Mille Miglia quando vide passare la prima auto, li decise che da grande avrebbe fatto il pilota.

Le prime corse le fece con i go-kart, totalmente auto costruito. In una gara conobbe Arnaldo Cavallari che era già uno nel mondo dei rally, e lo batte. Nel 1964 arrivò una telefonata inaspettata, era Arnaldo Cavallari gli chiedeva se poteva essere al suo fianco per dargli una mano a preparare un rally.

Nel 1965 Angiolini, direttore tecnico dell’Alfa Romeo, aveva inserito Cavallari e Munari nel programma di partecipazione del Rally Jolly Hotel, una sorta di Giro d’Italia. Quando i dirigenti dell’Alfa Romeo lessero sul programma Cavallari-Munari chiesero Angiolini chi fossero e lui andò su tutte le furie, era talmente sicuro di loro che gli fece fare un test dimostrativo al Balocco. Munari si chiese per anni perché Angiolini si espose così tanto per lui.

Due giorni dopo andarono a Balocco a fare la prova. Per rendere il tutto più difficile arrivò la pioggia, a secchi. Come tempo di riferimento si usava quello di Teodoro Zeccoli, che a Balocco era imbattibile perché provava praticamente tutti i giorni. “Noi circuito mai visto. Macchina mai vista”, ricordava Munari col caschetto da kartista.

Una situazione al limite del fantozziano. Zeccoli girò e stabilì il tempo, dopo dieci giri Arnaldo Cavallari arrivò a un secondo da Zeccoli. Toccava a Munari, che scese in pista. La visibilità scarsa faceva apparire le curve all’ultimo momento, al quinto giro venne fermato e Angiolini disse a Munari che andava bene così. Lui non riusciva a capire, forse non era stato bravo, pensò. Dopo scoprì che in appena cinque giri aveva acchiappato il tempo di Arnaldo Cavallari.

Dopo quella prova ebbe praticamente inizio la sua carriera di rallysta professionista, che lo trasformò in un eroe leggendario, vincendo in gare contro auto tecnicamente superiori. Un solo rally non vinse mai né con un team né da privato, il Safari. E per questo si ammalò di “Mal d’Africa”.

la scheda

SANDRO MUNARI: UNA VITA DI TRAVERSO

Autori: Sandro Munari, Sergio Remondino

Volumi: collana editoriale Grandi corse su strada e rallies

Copertina: rigida

Pagine: 232

Formato: 25 x 27,5 centimetri

Editore: Giorgio Nada Editore

Prezzo: 37,40 euro

Peso: 1,5 chili

ISBN: 978-8-8791134-8-9

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Lancia Stratos: la Regina dei Rally vista da Antonio Biasioli

Lancia Stratos – la Regina dei Rally è un’opera completamente diversa dalle altre, contiene in 144 pagine ben oltre trecento fotografie, di cui gran parte inedite e particolari. Il libro racconta come è nata la Stratos, chi l’ha guidata e le emozioni che trasmette ancora oggi, nel Terzo millennio.

All’interno sono contenute interviste a Sandro Munari, Cesare Fiorio e Tony Fassina, ma soprattutto molto spazio è dedicato alle imprese Lancia alla Targa Florio 1973 e 1974 e al Giro Automobilistico d’Italia dal 1974 al 1979, oltre che ai molti piloti privati che l’hanno scelta per correre.

Il libro trasuda passione, la stessa che Antonio Biasioli, appassionato reporter, da anni trasmette con le sue immagini. Sul libro Lancia Stratos: Regina dei Rally sono presenti immagini concesse da altri fotografi. Successivamente, Biasioli è tornato sull’argomento, con “Lancia Stratos: 40 anni di successi“. 

La Stratos è, senza ombra di dubbio, l’auto regina dei rally degli anni Settanta, oltre che una delle più belle, potenti, importanti e rappresentative sportive di quel decennio. Fu la madre delle vetture Gruppo B: tre titoli nel Campionato del Mondo Rally vinti consecutivamente, tra il 1974 ed il 1976, e tantissimi altri successi a livello Europeo e Italiano.

E’ stata, forse ancora oggi è, la migliore automobile con carrozzeria di tipo coupé, prodotta dalla Lancia dal 1973 al 1976, su disegno di Marcello Gandini per Bertone. La sua storia ha inizio al Salone di Torino del 1970, quando il geniale di Bertone lancia una provocazione, un prototipo di un’auto “extraterrestre” alta soli 80 centimetri, con accesso attraverso l’enorme parabrezza centrale, dotata di motore 1,6 litri della Fulvia HF montato centralmente.

Un debutto sconcertante che lascia di stucco tutti gli addetti ai lavori, anche se da parte della dirigenza Fiat, ed in particolare di Cesare Fiorio, a capo del reparto sportivo del Costruttore torinese, si ipotizza di sfruttare quello Stratos (inizialmente al maschile) come base per l’erede della Fulvia HF nei rally, sempre più combattuti e ricchi di tecnica.

Certo quella linea sarebbe dovuta essere addolcita, per cui Nuccio Bertone si cimenta in varie evoluzioni stilistiche e concettuali che portano ad un abbozzo quasi definitivo della nuova berlinetta. I concetti base sono la trazione posteriore, il motore in posizione centrale e le portiere incernierate normalmente.

Così la Stratos fa la sua comparsa nel 1972 nella sua veste definitiva: le dimensioni sono compatte, meno di 4 metri. La linea è sempre fortemente a cuneo, anche se più umana rispetto al prototipo del 1970. Manca solo il motore. Si cerca un propulsore nobile, potente, dotato di molta coppia.

La scelta cade sul 6 cilindri a V di 2.400 centimetri cubici della Ferrari Dino 246GT, con opportune evoluzioni e modifiche. Il risultato è eccellente: 250 cavalli, 225 newtonmetri di coppia massima a 4000 giri al minuto, 230 chilometri orari di velocità massima, ma da 0 a 100 in meno di 7 secondi. Ma in questo libro non troverete dettagli e curiosità tecniche. Qui, solo foto, storie e aneddoti.

la scheda

LANCIA STRATOS: REGINA DEI RALLY

Autore: Antonio Biasioli

Volumi: collana editoriale Monografie da Rally

Copertina: rigida con sovracopertina

Pagine: 144

Immagini: 325 in bianco e nero e a colori

Editore: Elzeviro Editrice

Prezzo: 40 euro

ISBN: 978-8-8889392-4-7

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