In ricordo di un grande amico dei rally
Ad un mese esatto dalla sua scomparsa, RS vuole ricordare Riccardo Facci pubblicando ciò che ci hanno raccontato di lui alcuni dei suoi amici più cari, che abbiamo riunito in un articolo pubblicato su RS in edicola ad agosto 2024. E ne aveva tanti di amici. Ovviamente, non potevamo sentirli tutti.
Riccardo Facci, vicentino, morto il 22 luglio a 55 anni per un tumore scoperto pochi giorni prima, era come il suo RollBar. Ironico, travolgente, generoso, geniale. Da quando la notizia della sua scomparsa si è diffusa, il rallismo italiano si è come fermato. A tutti è servito un po’ per capire che era vero, che Riccardo se n’era andato. Chi lo ha conosciuto davvero ne parla come di un genio, di un caparbio per eccellenza, di una persona sensibile ed empatica. Tutti lo riassumono in tre parole: un grande amico. Per alcuni, il migliore.
Per Facci, Franco Cunico era “lo Zio”, quasi il padre che aveva perso a 18 anni: “Quella della nostra amicizia è una storia molto bella, iniziata quando io correvo e lui era un ragazzino che mi tifava. Era la mia memoria sportiva e privata, ci siamo scambiati un mare di confidenze”, lo ricorda. “Eravamo sempre l’uno al fianco dell’altro. Gli ho preso il suo primo pc, quando ha aperto la Facci&Pollini (agenzia di comunicazione, ndr) gli ho presentato alcuni amici di quelli giusti. Aveva una capacità straordinaria di creare cose incredibili. Era un artista, un genio, un incredibile aggregatore: riusciva a far stare bene assieme persone molto diverse. Per me, durante il lockdown ha creato il RollBar, la mensa dell’ufficio pensata come un bar. In tanti continuavano a chiederci se fosse un bar vero, se potevano passare anche loro. Per ogni momento bello che porto con me ci sono stati almeno altrettanti litigi, però. Era un grande testardo, sensibile e cocciuto. Ascoltava poco, come fanno quelli che hanno una personalità davvero grande. Come fanno i geni, insomma. Ci si chiamava zio e nipote. È stata una storia bellissima, finita con una tristezza infinita. È uscito di scena coperto dall’amore di tante persone. Mi mancherà tanto”.
Un altro dei suoi grandi amici era Luca Cantamessa, conosciuto una decina di anni fa a un meeting organizzato ad Asiago da Vittorio Caneva, un’altra delle persone a cui ha voluto molto bene: “Quando ci si conosce a 40 anni si può avere al massimo una buona conoscenza, invece la nostra è stata un’amicizia travolgente. Ci sentivamo tutti i giorni, forse il periodo più lungo in cui non ci siamo sentiti è stato di quattro giorni. Era come un fratello e ho perso un pezzo di me. Non verrà dimenticato, abbiamo già idee per ricordarlo”.
Racconta “Cantaluka”: “Parlavamo di tutto e pochissimo di rally: ho condiviso con lui cose di cui non ho parlato con nessun altro, di lavoro, di famiglia, dei nostri problemi. Era caotico nella vita privata ma strepitoso nel suo lavoro. Ha sempre risposto a tutti, cercando di accontentarli: con alcuni ha instaurato grandi rapporti, ma con tutti si è prodigato allo stesso modo. Il suo ultimo lavoro, il video di lancio della Kimera 038, lo ha fatto in pochi giorni ma ha tirato fuori un capolavoro assoluto. Sapeva staccare dal suo lavoro, concentrandosi sugli amici e su chi gli stava intorno. Sono riuscito a vederlo sabato, 36 ore prima che ci lasciasse. Era sereno, determinato a uscire da quella stanza di ospedale. Poi tutto è precipitato. Abbiamo perso una persona bella e buona. Ho vissuto una bella favola”.
La sua personalità incredibile, capace di dare la stessa importanza a chiunque ritenesse valido a prescindere da ogni altra implicazione, gli ha fatto stringere un’amicizia fortissima anche con Alberto Battistolli, 28 anni più giovane di lui: “Lui per me c’è sempre stato, è stato una persona fra le più importanti della mia vita. Ci ha lasciato una persona fantastica, che aveva ancora tanto da insegnarmi – lo ricorda Alberto -. Riccardo è stato una delle persone migliori che abbia conosciuto. Riusciva a capirmi come uno di famiglia. Sapeva ascoltare, sapeva consigliare, sapeva entrare in contatto con chi aveva di fronte”.
Anche Tamara Molinaro è stata sostenuta da Riccardo Facci, prima all’inizio della sua carriera e poi in uno dei momenti più difficili della sua vita, quello dell’incidente di Craig Breen. È stato in quell’occasione che ha capito quale grande persona fosse Riccardo: “È stato un grande amico, soprattutto dal 2019 quando abbiamo avviato una collaborazione e poi nel 2023, quando ha parlato poco ma ha detto le cose più giuste in quei momenti. È nelle occasioni più dure che capisci quali siano gli amici veri e lui lo è stato”, racconta la pilota di Como. Oltre alla vicinanza che sapeva offrire nei momenti più delicati, Riccardo era anche una persona sempre pronta allo scherzo, alla battuta, a lasciare un sorriso sul volto di chi gli stava intorno: “Ricordo momenti e risate bellissime: ci mandavamo qualche commento sciocco che vedevamo sui social, ci prendevamo tanto in giro. Non lo vedevo di persona da un anno e mezzo. Dicevamo di trovarci ma rimandavamo sempre. Non avremmo dovuto farlo”.
Secondo Giacomo Cunial, pilota e fra i volti di quel Service Park aiutato da Facci nei suoi primi passi, l’aver perso il padre prematuramente ha sicuramente influito sulla sua carriera da pilota: “Non ha dimostrato nelle gare quanto avrebbe potuto fare e si capiva che quella fame se l’è portata nella vita e nel lavoro. Aveva la nostalgia delle corse, avrebbe voluto tornare a correre prima o poi, più che altro per dimostrare qualcosa a sé stesso. È stato come perdere uno zio: Riccardo era un uomo di cultura, anzitutto, e riusciva a unirla ai rally come nessun altro. Era bello confrontarsi con lui, e i rally erano una scusa per farlo poi su tutto il resto”, lo ricorda.









