Il profumo della benzina batte l’elettrico
Per molte aree del nostro continente — in particolare per il Nord Italia e la Germania — l’industria dell’auto non è un settore qualsiasi: rappresenta un pilastro produttivo, un bacino occupazionale e un motore di competenze tecniche.
L’ultima svolta dell’Unione europea, con la decisione di abbandonare il divieto assoluto di vendita di auto con motori a combustione dopo il 2035, non è una retromarcia di comodo ma piuttosto un atto di realismo politico ed economico. Secondo le ultime indiscrezioni, Bruxelles dovrebbe annunciare che l’obiettivo di riduzione delle emissioni medie di CO₂ per le auto nuove sarà del 90% e non più del 100%, escludendo di fatto un divieto netto per i motori termici. Questa scelta, sostenuta da leader come Manfred Weber e favorita dal pressing di governi come Germania e Italia, è motivata soprattutto dalla necessità di tutelare l’industria automobilistica europea e i posti di lavoro che da essa dipendono.
Per molte aree del nostro continente — in particolare per il Nord Italia e la Germania — l’industria dell’auto non è un settore qualsiasi: rappresenta un pilastro produttivo, un bacino occupazionale e un motore di competenze tecniche. Milioni di persone lavorano direttamente o indirettamente nella filiera automotive: dagli stabilimenti di produzione ai fornitori di componentistica, fino ai servizi e alle attività collegate. È inevitabile chiedersi quale futuro abbiano queste famiglie se una normativa troppo rigida costringesse di fatto a una transizione tecnologica troppo rapida, senza piani strutturati di sostegno alla conversione industriale e alla riqualificazione professionale.
Non si tratta di negare l’evidenza del cambiamento climatico, né di rifiutare a priori ogni forma di innovazione. La mobilità elettrica è parte integrante del futuro, così come lo sono biocarburanti e tecnologie ibride più pulite. Ma un’imposizione netta e immediata rischia di creare un “vuoto industriale” piuttosto che stimolare una transizione equilibrata. Il mondo non si divide tra chi vuole un’Europa green e chi sostiene i motori termici: la scelta di Bruxelles — sospendere un divieto totale — è un riconoscimento pragmatico di questa realtà.
Inoltre, la decisione europea riflette anche la realtà dei mercati globali. La concorrenza cinese nel campo delle auto elettriche, la differenza nei costi delle batterie e le difficoltà nell’adeguare rapidamente le linee produttive europee sono fattori concreti che non possono essere ignorati. Una politica che mette al centro solo il virtuosismo ambientale, senza considerare la competitività delle nostre imprese e la stabilità sociale delle regioni manifatturiere, è destinata a fallire nel momento in cui si troverà ad affrontare questi nodi strutturali.
Criticare questa scelta come un tradimento delle ambizioni climatiche sarebbe superficiale: l’obiettivo di riduzione delle emissioni non scompare, ma viene rimodulato in funzione di una transizione più sostenibile anche dal punto di vista sociale. Un’accelerazione incontrollata verso soltanto veicoli “green” rischia di produrre automobili che costano troppo e infrastrutture che non sono pronte, lasciando sul terreno imprese e lavoratori. Tutela dell’ambiente e tutela del lavoro non sono concetti in opposizione: devono camminare insieme, calibrati su un ritmo realistico e socialmente sostenibile.
Il passo indietro europeo su un bando totale delle auto termiche non è un segno di arretratezza, ma un tentativo di coniugare due esigenze legittime: ridurre le emissioni e salvaguardare un settore industriale vitale per l’economia europea. In questa partita la tutela dei posti di lavoro non è un alibi, ma una condizione necessaria per una transizione che sia veramente duratura e giusta per tutti.









