Chicco Svizzero se n’è andato
Addio al campione veneto che seppe ritagliarsi un ruolo di primo piano con l’Ascona e poi con l’Alfetta GT.
Il rallysmo italiano piange una delle sue stelle degli anni ’70, Chicco Svizzero che ci ha lasciato il 1° agosto. Trevigiano di nascita e padovano di adozione, Svizzero iniziò la sua avventura nel mondo dei rally nel 1968, partecipando alla Coppa del Piave con una Mini regalatagli dal padre. Questi primi passi furono l’inizio di un percorso che lo avrebbe portato a diventare uno dei piloti più rispettati e amati del panorama rallistico italiano.
La svolta nella carriera di Chicco arrivò con l’Opel Ascona preparata da Conrero. Le sue prestazioni al volante di questa vettura non passarono inosservate, attirando l’attenzione dell’Alfa Romeo. Nel 1975, il sogno di ogni pilota italiano si realizzò per Svizzero: entrò a far parte della squadra ufficiale del Biscione. L’arrivo in Autodelta coincise con un momento cruciale per la casa milanese nei rally. Nel campionato italiano del 1975, l’Alfa diede filo da torcere ai rivali fino alla penultima prova, con Svizzero che si rivelò subito uno dei piloti da battere capace di arrivare quarto al 4Regioni e terzo all’Alpi Orientali. In coppia con Gianfranco Masetto, Chicco portava in gara l’Alfetta GT, distinguendosi non solo per le prestazioni ma anche per un dettaglio cromatico peculiare: nei primi rally della stagione, la sua Alfetta GT era gialla, in contrasto con il tradizionale rosso delle altre vetture del team.
Questa particolarità cromatica era emblematica del carattere di Svizzero: un pilota che non temeva di distinguersi, sia nelle corse che fuori. La sua schiettezza era proverbiale: ciò che pensava, lo diceva senza mezzi termini.
La carriera di Chicco Svizzero si concluse alla fine degli anni ’70, in concomitanza con il ritiro dell’Alfa Romeo dalle competizioni rallistiche. Tuttavia, il suo legame con il mondo dei motori e con i suoi ex colleghi e rivali non si è mai spezzato. Svizzero rappresentava quella generazione di piloti che hanno fatto la storia dei rally non solo per i risultati ottenuti, ma per il modo in cui hanno vissuto lo sport: con passione, dedizione e un’innata capacità di creare legami duraturi, sia con i compagni di squadra che con gli avversari.









