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Rubriche, Storie

Mario Mannucci, il Re delle note e delle regole

Al di là dei successi sportivi, il milanese Mario Mannucci lasciò un’eredità fondamentale nella progettazione dei rally, disegnando percorsi e sistemi di controllo in tutto il mondo e formando generazioni di ufficiali di gara e tecnici come istruttore federale fino al 2002.

Mario Mannucci non è stato soltanto uno dei più grandi copiloti italiani di rally, ma una figura chiave nello sviluppo moderno della disciplina, capace di attraversare epoche, regolamenti e vetture profondamente diverse lasciando un’impronta tecnica, sportiva e organizzativa difficilmente eguagliabile. Nato a Milano il 31 maggio 1932 e scomparso a Gorizia il 17 dicembre 2011, Mannucci ha vissuto il mondo dei rally in ogni sua dimensione: dalla regolarità degli esordi al professionismo internazionale, dal sedile di destra accanto ai più grandi piloti dell’epoca alla direzione sportiva della Squadra Corse HF-Lancia, fino all’attività formativa e progettuale negli anni successivi.

La sua carriera si intreccia in modo indissolubile con la storia della Lancia nei rally, con il nome di Cesare Fiorio e soprattutto con quello di Sandro Munari, formando uno dei sodalizi più vincenti e iconici del rallismo mondiale.

L’ingresso di Mario Mannucci nel mondo delle competizioni avvenne nel contesto delle gare di regolarità, disciplina che negli anni Sessanta rappresentava una palestra fondamentale per la formazione di equipaggi completi e tecnicamente preparati. Dopo il matrimonio con Ariella Pangaro nel 1963, Mannucci iniziò a correre su vetture iscritte dal Jolly Club di Milano, la celebre scuderia fondata e diretta da Mario Angiolini. Al suo fianco, in un connubio tanto raro quanto significativo per l’epoca, c’era proprio la moglie Ariella, nel ruolo di navigatrice e cronometrista.

Il Jolly Club rappresentò per Mannucci non soltanto un punto di partenza agonistico, ma una vera e propria scuola di metodo. Anche dopo la scomparsa di Mario Angiolini, Mannucci rimase legato alla struttura, continuando l’attività sotto la direzione di Renata Angiolini e del figlio Roberto, in un ambiente che privilegiava preparazione, serietà e visione sportiva.

Il debutto nei rally e Cesare Fiorio

Il passaggio dalla regolarità al rally vero e proprio avvenne nel 1968, anno chiave nella carriera di Mannucci. Alla guida di una Lancia Fulvia 1.3 HF di proprietà del Jolly Club, ma sponsorizzata Atkinsons, prese parte alla prima edizione del Rally dell’Isola d’Elba in coppia con Bruno Scabini. In una gara estremamente selettiva, con soli 10 equipaggi classificati su 40 partenti, Mannucci e Scabini riuscirono a concludere al sesto posto assoluto.

Quel risultato, ottenuto in condizioni difficili e con una vettura privata, non passò inosservato. A notarlo fu Cesare Fiorio, direttore sportivo della Squadra Corse HF-Lancia, che intuì immediatamente le qualità tecniche e mentali di Mannucci. L’anno successivo Fiorio lo volle come navigatore di Sergio Barbasio al Rally dell’Elba, questa volta su una Fulvia HF 1.3 ufficiale. L’equipaggio vinse la gara, confermandosi anche nel 1970, quando Barbasio e Mannucci tagliarono nuovamente il traguardo per primi, salvo poi essere squalificati insieme a tutte le vetture ufficiali Lancia per irregolarità nella scocca.

La svolta con Sandro Munari

La vera svolta nella carriera di Mario Mannucci arrivò quando Cesare Fiorio gli affidò il ruolo più delicato e prestigioso: navigare Sandro Munari. Il pilota veneto, già due volte Campione italiano rally, era alla ricerca di un nuovo punto di riferimento dopo la tragica scomparsa di Luciano Lombardini, suo storico navigatore, morto nel percorso preliminare del Rally di Montecarlo 1968.

L’inizio del sodalizio Munari-Mannucci non fu fortunato. I primi rally insieme si conclusero con ritiri per uscita di strada, a San Martino di Castrozza nel 1968 e al Rally di Svezia nel 1969. Quando dal 1971 divennero equipaggio fisso, altri due ritiri al Monte-Carlo e al Sanremo-Sestriere, causati però da problemi meccanici, non intaccarono la solidità dell’intesa tecnica e umana che stava nascendo.

Il 1971 segnò il definitivo salto di qualità. Munari e Mannucci conquistarono le prime vittorie insieme al Rally 999, al Rally Semperit, al San Martino di Castrozza e al Rally Mille Minuti. A fine stagione arrivò anche la Mitropa Cup, mentre il Campionato Europeo Conduttori sfumò soltanto per un guasto elettrico al Giro del Belgio, quando l’equipaggio era in testa con una Abarth-Osella SP 2000 preparata da Enzo Osella. Quell’episodio, per certi versi sfortunato, testimoniò però la versatilità di Mannucci, capace di adattarsi anche a vetture Sport Prototipo, lontanissime concettualmente dalle auto da rally tradizionali.

Il 1972: Monte-Carlo e Lancia

Il 1972 è uno degli anni simbolo della carriera di Mario Mannucci. Con la Fulvia 1.6 Coupé HF numero 14, Munari e Mannucci vinsero il Rally di Montecarlo in un’edizione destinata a entrare nella storia. A quella vittoria seguirono i successi al Rally di Sicilia e al Rally di San Martino di Castrozza. Il dominio della Squadra HF in quella stagione permise alla Lancia di conquistare il Campionato Internazionale Marche, antesignano dell’attuale Campionato del mondo rally. Con il titolo già in tasca, Mannucci partecipò anche allo sviluppo della neonata Lancia Stratos, affrontando i primi difficili rally di esordio come Tour de Corse e Costa del Sol, fondamentali per correggere i difetti iniziali della vettura.

Nel 1973 il regolamento impose alla Lancia di continuare a schierare la Fulvia nei rally validi per il campionato, mentre la Stratos poteva competere solo come prototipo. Munari e Mannucci vinsero con la Fulvia il Rally Costa Brava, il Rally di San Marino, il Rally di Sicilia, il Rally Hessen e il Rally di San Martino di Castrozza, sfiorando il successo all’Elba per un guasto a un giunto. Con la Stratos, invece, vinsero il Rally Firestone e il Tour de France, conquistando finalmente il Campionato Europeo Conduttori, sfuggito due anni prima.

La Stratos e i titoli mondiali

Dal 1974 la Stratos divenne finalmente omologata in Gruppo 4. Munari e Mannucci la portarono subito alla vittoria al Rally di Sanremo e al Rideau Lakes, contribuendo in modo decisivo al primo titolo mondiale rally della Lancia. Nel 1975 arrivò il bis iridato, con le vittorie al Rally di Montecarlo e al Rally 4 Regioni, nonostante diversi ritiri quando l’equipaggio era al comando.

Nel 1976, con l’uscita di Daniele Audetto verso la Ferrari di Formula 1, Mannucci fu chiamato a ricoprire il ruolo di direttore sportivo della Squadra HF-Lancia. Una funzione che gli impedì di continuare a correre, ma che mise in luce le sue straordinarie capacità organizzative. Gestì assistenze, logistica e strategie in un periodo di massimo impegno per il reparto corse torinese.

Nel 1978, liberato da alcuni incarichi con la nascita dell’EASA, Mannucci tornò a navigare Munari, questa volta sulla Fiat 131 Abarth Rally. Le difficoltà di adattamento alla nuova vettura e numerosi guasti limitarono i risultati, con un terzo posto al Tour de Corse come miglior piazzamento.

Dopo il ritiro definitivo di Munari, Mannucci continuò a correre sporadicamente con amici e piloti di valore, vincendo il Rally di Sicilia 1979 con Adartico Vudafieri e affiancando Attilio Bettega nel 1980. Memorabile anche il ritorno con Munari nel 1987 sull’LM002 al Rally Raid di Grecia.

Al di là dei successi sportivi, Mario Mannucci lasciò un’eredità fondamentale nella progettazione dei rally, disegnando percorsi e sistemi di controllo in tutto il mondo e formando generazioni di ufficiali di gara e tecnici come istruttore federale fino al 2002. Si è spento nel 2011, a 79 anni, lasciando il ricordo di un uomo di rigore, competenza e profonda cultura sportiva. Un navigatore che non si limitò a leggere le note, ma contribuì a scrivere la storia stessa dei rally.

Sandro Munari su Mario Mannucci

“Con Mario Mannucci ho stabilito molti record – ha ricordato Sandro Munari – maggior numero di gare fatte insieme, maggior numero di vittorie riportate e, inevitabilmente, maggior numero di sconfitte. Lui è un ottimista, un vincente su tutta la linea (per esempio, quando gioca a carte è difficile che perda). Mi diede quindi la carica psicologica di cui avevo bisogno. Iniziammo male, con quel gran volo al “San Martino” quasi ripetuto due anni dopo, quando, nella discesa del Ghertele, la nostra [Lancia Fulvia] HF 1600 finì su un fianco. […] Quella volta non uscimmo nemmeno dall’abitacolo; alcuni tifosi ci ributtarono sulle quattro ruote e ripartimmo. Al “San Martino” del ’70, dunque, Mario credeva di aver portato sfortuna, anche perché nella seconda corsa che ci vide in coppia, il Rally di Svezia, fummo pure costretti al ritiro. Un inizio quindi catastrofico, che ci fece archiviare per qualche mese l’esperimento. Era il 1970. Nel ’71 ritentammo. E andò subito bene. Ci separammo solo nel ’75, ma per forza maggiore. Cinque anni nella vita di un uomo sono qualcosa, ma in quella di un corridore sono molto. Cominciammo col capirci. Ben presto ci trovammo sincronizzati. Finimmo col fonderci. Durante le gare non parlavamo mai di cose estranee all’obiettivo che volevamo raggiungere: il centro focale di tutto, parole gesti pensieri, era la corsa. Anche durante i trasferimenti più facili, eravamo concentrati solo su quello che stavamo facendo. Eravamo come barche disancorate o satelliti senza antenne. Almeno apparentemente, eravamo isole che galleggiavano su un grande mare di silenzio. Mario infatti – benché ottimista – parlava poco. E io meno ancora. Gli sono grato per aver capito tante cose, ma soprattutto il mio bisogno di silenzio“.

28 Gennaio 2026/da Primo Di Marco
Tags: campionato del mondo rally, campionato europeo rally, campionato italiano assoluto rally, mario mannucci, sandro munari
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