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Editoriali, Rubriche

I Rally a porte chiuse e il ricatto dei Prefetti

I Rally a porte chiuse e il ricatto dei Prefetti

Rally a porte chiuse, per favore silenzio. Ormai da giorni impazza sui social un braccio di ferro virtuale sui rally costretti a porte chiuse dall’attuale decreto ministeriale. C’è chi dà la colpa alla federazione Aci Sport, che in questo caso non ha colpe, ma è semplicemente costretta a recepire gli “umori” del Governo altrimenti rischierebbe di non consentire allo sport che rappresenta di ripartire. Poi, in questa polemica che alza i toni ora dopo ora, c’è chi se la prende col Governo, con i sindaci e con le Regioni. Quello che non è chiaro è se ci si sfoga con le persone sbagliate per comodità…

Partiamo dall’inizio per provare a fare chiarezza e a districarci in un campo minato che, a ben vedere, rasenta l’illegalità. Cioè, se non ci fosse l’emergenza sanitaria da epidemia ancora in corso, una decisione del genere non sarebbe neppure ipotizzabile, salvo vedersi presentare un ricorso d’urgenza con un avvocato. Invece siamo in Italia e non solo è pensabile, ma si è studiato (roba maniacale) un metodo coercitivo (perché si tratta di sottomissioni) che attraverso il ricatto costringe un organizzatore, in questo caso il Lana, a mandare in scena un rally a porte chiuse in un momento in cui nulla è a porte chiuse.

In prova speciale valgono le norme del Codice della Strada, le stesse e identiche norme che valgono sul marciapiede di ogni città, grande o piccola che sia. Quindi, se in strada è già consentito stare tra amici e addirittura senza mascherina, riuscite a trovare un perché la stessa cosa può avvenire su un tratto di strada pubblica a condizione che quel tratto di strada non sia per un determinato giorno una famigerata PS con persone amiche tra loro che al posto di sporcare i boschi si godono una gara? Non ce n’è motivo. Ci viene in mente una frase del mitico Ugo Fantozzi, ma non possiamo riportarla perché seppure perfettamente aderente alla realtà e con lo stesso odore, potrebbe risultare offensiva.

I rally a porte chiuse sono una violenza. Violenza psicologica che si esercita sugli appassionati, che sanno perfettamente di avere il sacrosanto diritto di andarsi a gustare una gara in prova speciale, mediante uno sporco ricatto a cui vengono sottoposti gli organizzatori: se c’è qualcuno in prova speciale c’è l’obbligo di annullarla. Ecco il ricatto. Siccome non posso chiedere ai cittadini appassionati di rally di non venire nei boschi, allora costringo l’organizzatore ad annullare la gara, con tutti i problemi anche economici annessi e connessi.

Fino ad ora non abbiamo letto da nessuna parte critiche ad una verità che è sotto gli occhi di tutti. Fino ad ora abbiamo letto che è colpa della federazione (perché?), del governo (più o meno, bisognerà vedere il prossimo decreto), dei sindaci e delle Regioni (nulla di più sbagliato). Il ricatto lo esercitano i prefetti (che in questo caso sono strumenti) che rappresentano il governo sul territorio. A ciò si aggiunga che molti prefetti interpretano, perché in fondo tutti vogliono ripartire ma nessuno vuole assumersi la responsabilità di eventuali nuovi contagi.

La speranza è nel futuro. Il decreto ministeriale in questione è fortunatamente in scadenza. L’epidemia da nuovo coronavirus sembra diventare sempre più debole. Ci sono oggettivamente speranze che il prossimo decreto sia molto più elastico e in quest’ottica tutte le gare che si svolgeranno dalla seconda metà di luglio potrebbero beneficiare di una nuova situazione.

Diventerebbe davvero difficile far disputare a porte chiuse rally che hanno già riorganizzato gli spazi per il pubblico in prova speciale o che annunciano al via Ott Tanak, Thierry Neuville, Dani Sordo. Cosa fare? Per adesso, forse, è saggio cedere al ricatto per rispetto degli organizzatori, che sono alla base del rallysmo. Provate ad immaginare un rally se non ci fossero loro…

26 Giugno 2020/da Marco Cariati
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