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A tu per tu con Nino Vaccarella parlando d’a cursa

Era il 9 maggio del 1965, per la quarantanovesima edizione di una gara da tempo ammantata da un alone di leggenda, non soltanto in Sicilia. Al volante dell’agile Ferrari 275 P2 Spyder da 3285 cc condivisa con il grandissimo Lorenzo Bandini, il veloce pilota originario di Collesano stabilì il primato sul giro del Piccolo Circuito delle Madonie da 72 km, abbattendo per la prima volta il fatidico “muro” dei 40’.

Successivamente, Nino Vaccarella salì per ben altre due volte sul gradino più alto del podio ne “a’ cursa” inventata in piena epoca “Liberty”, nel 1906, da don Vincenzo Florio. Nel 1971, riportando al successo dopo tanti anni l’Alfa Romeo, con il modello 33/3 Sport Prototipo (alternandosi al volante con il poliedrico olandese Toine Hezemans) e nel 1975, nuovamente con la Casa del Biscione (che aveva portato alla Targa la possente 33 TT12), con al fianco l’istrione comasco Arturo Merzario. L’edizione numero 59 della Targa, già privata della validità per il Campionato Mondiale Marche, rappresentò il “canto del cigno” per il campionissimo palermitano, che appese definitivamente il casco al chiodo.

Nel corso della sua straordinaria carriera (arricchita da innumerevoli e prestigiose altre affermazioni in svariate cronoscalate italiane, così come sulle piste di Sebring, Daytona, Monza, Spa, Buenos Aires, Nurburgring e Le Mans, dove trionfò nel 1964), Nino Vaccarella era assurto ad autentico ‘mito’ vivente per i suoi numerosissimi sostenitori siciliani, che non perdevano occasione per idolatrarlo in ogni occasione possibile ed immaginabile.

Unico pilota al mondo ad aver vinto tre edizioni della Targa Florio, il “preside volante” (soprannominato in questa maniera dai suoi amici per aver ereditato nel 1956 le redini dell’Istituto scolastico privato di famiglia Oriani a Palermo, insieme alla sorella maggiore, a causa della prematura scomparsa del padre) non ha dimenticato quelle vittorie pregne di romanticismo. Avremmo voluto incontrarlo di persona, l’ex pilota ufficiale di Ferrari ed Alfa Romeo, magari nella sua casa ricca di cimeli e di ricordi, tuttavia l’emergenza sanitaria da Covid-19 ci ha dirottato verso una più umile ma non meno emozionata telefonata.

Professore, quale, tra i suoi tre successi sulle Madonie ricorda con maggior piacere?

“Le vittorie son tutte belle – esordisce con la sua carismatica voce Nino Vaccarella, sempre in perfetta forma con i suoi 87 anni da poco compiuti – certo, la prima è forse quella più sentita, la più desiderata, dopo alcuni tentativi aver raggiunto questo traguardo è una cosa molto gratificante. Sì, quella del 1965 è la più gradita. Dipende poi dalle situazioni, dall’impegno, dalle difficoltà, ci sono della Targa Florio vinte con più facilità o con più difficoltà. Certo, magari le vittorie alla Targa potevano essere di più…”.

Cosa pensa del rinvio a data da destinarsi della Targa Florio rally, dovuta alla difficile situazione attuale causa Covid-19. Teme addirittura che non possa disputarsi?

“Mi sembra una cosa prematura affermare in questo momento che la gara non possa svolgersi quest’anno. Prima o poi verrà posto sotto controllo questo virus, si ritornerà ad una vita normale, ad un’attività regolare. Per il futuro non potrà essere pronosticato nulla, riguardo a questa situazione antipatica”.

Il suo avversario di riferimento, quello che ha stimato di più nella sua carriera. Qual è stato?

“Mi riferisco non soltanto alla Targa Florio, parlo in senso generale. Vic Elford era uno tra i più agguerriti. Poi vi erano tanti piloti importanti, lo svizzero Jo Siffert era un uomo eccezionale. Insomma, dipendeva comunque anche dalle macchine che guidavano, alcune più competitive, altre meno. I risultati dipendevano da tanti fattori, oltre che dall’abilità del pilota”.

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Sandro e Flavia Munari: all’inizio fu un Peccato Veniale

Flavia era seduta sui cuscini del salotto nella hall del Grand Hotel di Cesenatico, quando quei due uomini entrarono in albergo. Flavia non li degnò di uno sguardo. Primo li considerava due dei vecchietti, avendo all’incirca dieci anni più di lei. Secondo, era furibonda per aver appena preso atto che la sua carriera di modella era terminata.

Studentessa di medicina con buoni risultati, la ragazza bolognese era di una bellezza mozzafiato, al punto di essere stata scelta come modella per la pubblicità delle motociclette Honda, che in quel periodo iniziavano a invadere l’Italia. Già si era vista a girare il mondo per sfilare sulle passerelle più prestigiose, guadagnare molti soldi come accadeva alle top model. E invece doveva chiudere lì.

E non perché non piacesse ai vertici italiani della Casa giapponese o all’agenzia di pubblicità che curava la campagna, che già le avevano proposto un prolungamento del contratto.

“Quando mio padre venne a sapere che avevo posato per una campagna pubblicitaria, pose seccamente il suo veto. Addirittura voleva restituissi i soldi che mi avevano dato per quel primo servizio” racconta mezzo secolo dopo Flavia Pretolani, oggi signora Munari, cui proprio non andava giù l’imposizione del padre, conosciuto e stimato dentista bolognese.

Ma era impensabile non ubbidirgli.

Flavia, quella sera, non aveva proprio testa di socializzare con la gente. Meno che mai con i due nuovi arrivati. Ma uno dei due la pensava diversamente e quando Flavia, con tutto il gruppo di suoi amici, si trasferì nella discoteca “Il Peccato Veniale”, il locale più in di Cesenatico, di proprietà di Giorgio Ghezzi, portiere titolare di Inter, Milan e Nazionale, che negli anni Cinquanta vinse tre campionati italiani e la prima Coppa dei Campioni conquistata da una squadra di calcio italiana, il suo nuovo ammiratore si appiccicò alla ragazza e ballò con lei tutta la notte, terminando la serata in un ristorante cenando con i gamberoni.

“Io non avevo sicuramente preso in considerazione quel vecchio giovanotto, piombato per caso nell’albergo in cui trascorrevo le vacanze estive (come sempre il destino ci aveva messo lo zampino, facendo compiere una deviazione a Sandro e al suo amico, per andare a trovare il proprietario dell’hotel, loro conoscente) e nemmeno fui impressionata quando un mio cugino mi disse, tutto eccitato: ‘Quello è Sandro Munari, campione italiano rally (Munari aveva conquistato il suo secondo titolo italiano nel 1969 su Lancia Fulvia 1.3 HF affiancato da Arnaldo Bernacchini, bissando il successo del 1967, vinto sempre su Fulvia con Luciano Lombardini). Manco sapevo cosa fossero i rally”

Sandro Munari si era innamorato di Flavia al primo sguardo e inizio una corte serrata e da quale uomo tenace che è ottenne il successo più importante della sua vita sposando Flavia appena un anno dopo.

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Federico Gasperetti: il primo passo perfetto

“La nuova Rally5 di casa Renault? Il primo passo per molti giovani ma non certo una R1”. Federico Gasperetti è deciso, nella risposta alla domanda più ovvia. Lui, da sempre uomo Renault, non poteva certo sottrarsi alla richiesta di RS su un parere in merito alla neonata delle Regie. “Con quella, chi si avvicina al mondo dei rally avrà la possibilità di prendere fin da subito confidenza con meccanismi che, fino ad oggi, erano esclusiva di vetture di caratura superiore”. Il momento, per il pilota della Montagna Pistoiese, è di quelli più inflazionati.

“Lavorando in ambito sanitario, nella vendita di attrezzature per ospedali e dispositivi di protezione individuale, non è che adesso abbia molto tempo per progettare il rientro. Con la Clio Rally 5? Chissà, magari potrebbe essere l’occasione giusto per pianificare qualcosa di importante a cui ho dovuto rinunciare quest’anno…”. Il pensiero, senza aver bisogno di chiedere conferma, va a quel Rallye Montecarlo che, ad inizio anno, gli avrebbe concesso la rivincita dopo essere stato costretto ad alzare bandiera bianca l’anno prima, sui chilometri della Agnierès-en-Dévoluy. Un’esperienza agognata da tempo, imbastita – naturalmente – al volante di una vettura Renault.

Con questo marchio ti sei guadagnato il titolo di indiscusso re dei vecchi Rallysprint. Un format che potrebbe tornare in auge per risollevare le sorti di un automobilismo legato più che mai alle sorti del Paese…

“Questo potrebbe portare benefici nell’ottica di contenere i costi ma il problema principale, legato all’emergenza attuale, è legato all’aggregazione di persone. Credo sia doveroso fare una distinzione, perché dal punto di vista sanitario partecipare ad una gara più lunga o ad una più concentrata, non comporta differenze. Dal punto di vista economico, è vero che una gara più corta comporta meno spese ma andrebbe fatta un’analisi che tenga in considerazione anche dei costi sostenuti dagli organizzatori. Forse, in questo senso, sarebbe il caso che la federazione venisse loro incontro per quanto concerne gli oneri da corrispondere, con una riduzione delle spese a loro carico. Sarebbe un buon incentivo, in grado di favorire la ripartenza”.

Una ripartenza che, pare, possa avvenire sull’asfalto degli autodromi…

“Il Rally è vicino alla gente, non vincolato ad uno spazio chiuso. Senza contare che si corre su pista e non su strada. Certo, può essere una soluzione per fare qualcosa ma i rally che amo non sono in circuito, se poi li organizzi a porte chiuse… Logico che questa soluzione garantirebbe un po’ di respiro ai noleggiatori, che vivono del loro lavoro e che attualmente si trovano in difficoltà. Sinceramente credo che serva pazienza, adesso è impensabile tirare in ballo il mantenimento delle distanze in un meccanismo complesso come una gara di rally. Non sarà un processo rapido, dovremo costruirci una cultura in merito, un codice comportamentale e convivere con questo problema. Dovranno essere effettuati controlli al personale più attivo come i commissari e gli addetti ai lavori, verifiche effettuate scaglionando le procedure, tutte situazioni che diventeranno gestibili con il tempo. Tutto questo, considerando che l’utilizzo delle mascherine diventerà abituale”.

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