Daniela Betoneri e Vittorio Catelani

Dei delitti e delle pene

E’ solo il primo grado, ma la sentenza sulla tragica fine di Valerio Catellani e Daniela Bertoneri al Rally di Lucca 2012 non può che costituire l’ennesimo preoccupante elemento che mette in discussione l’esistenza stessa dei rally. Non ci permettiamo dubbi sul lavoro della magistratura lucchese ed è certo che la legge italiana sia molto lontana dal concetto anglosassone del “motorsport is dangerous”, ma ci sono alcuni aspetti che a guardarli con la logica dell’uomo qualunque lasciano sgomenti. Perché sono ingiusti ed ancor più perché costituiscono un irrimediabile carico morale, psicologico ed economico per i coinvolti.

Le condanne – da 1 anno a 1 anno e 2 mesi – di tutti i coinvolti sono motivate da concorso in omicidio colposo (per i 7 componenti gli equipaggi apripista e per l’addetto alla sicurezza) o da omissione di soccorso (per un intero equipaggio, più un pilota ed un navigatore). Con una provvisionale di 330 mila Euro a favore delle parti civili (in attesa della parallela causa civile per danni), ai giorni nostri in generale figure sempre più spesso di convenienza.

La colpa dei primi è di non aver denunciato la pericolosità della buca in cui si è capovolta ed incastrata la vettura uscita di strada, impedendo all’equipaggio di sfuggire alle fiamme. Sfido chiunque a fare l’apripista ed accorgersi di un tale pericolo. Immaginare cosa possa fare una vettura uscendo di strada in ogni singolo metro è… inimmaginabile. Mi sovviene ad esempio un altro caso tragico, quello di Biella, quando una vettura uscendo di strada precipitò ruzzolando su una disgraziata famiglia che stava in una curva più sotto…

Quanto all’omissione di soccorso anche nei rally è giustamente sanzionata: ma non si può certo pensare che in una frazione di secondo l’equipaggio concentrato a restare in strada ed andare il più veloce possibile possa sempre avere la percezione di quanto stia accadendo a bordo strada. Soprattutto di notte ed al buio. Certo l’incendio c’è stato: ma quando è diventato realmente tale da attirare l’attenzione dei piloti seguenti?

Mi si perdoni il paragone ardito, ma mi sembra che tutto ciò sia un po’ come quello a cui si assiste in medicina, dove le cause per presunti errori ed omissioni ormai si sprecano. Chi sbaglia per sciatteria e incompetenza è giusto che paghi, ma né un medico né un pilota può essere esente da involontari e disgraziati errori occasionali.

Non si tratta di rendere impuniti i colpevoli, ma di non rendere impossibile il fare. Di questo passo non si troveranno più medici disposti ad operare, se non a condizioni più onerose, con le immaginabili conseguenze. E non si troverà più chi si assuma responsabilità sproporzionate per realizzare un rally. Allora sarebbe di certo una condanna: per la specialità. Per questo oltre alla solidarietà umana con i coinvolti è doveroso chiedere una volta di più ad Aci di impegnarsi per rendere umane le leggi e supportare con puntualità e convinzione i coinvolti. E per sollecitare il legislatore a normare secondo logica i tanti altri aspetti assurdi che rendono comunque dei fuorilegge forzati i praticanti (revisioni, omologazioni, ecc.).

E visto che siamo in tema di norme, sentenze e condanne, sul pur più ‘lieve’ piano sportivo vale la pena di (ri)sollecitare più verifiche, più preparazione, più rispetto delle procedure e dei ruoli. Le tante chiacchiere sui controlli del Valtellina, sui fatti del Monzino, su diverbi sconvenienti e penalità a boomerang del Monza Rally Show, e in generale sulle presunte irregolarità di tanti tipi di vetture – ad iniziare dalle imperanti R5 – lo impongono.

Senza parlare delle ricognizioni… Nelle gare Fia non mi pare ci siano tutte le nostre manfrine: si verifica con frequenza, di solito a fondo e con competenza senza guardare in faccia a nessuno. E chi ne ha titolo condanna o assolve per direttissima. Ed i reclami da parte di chi ha dubbi sugli avversari sono rari – visto che le verifiche già ci sono – ma normali, non un gesto da infami. Per cui si cerca di ‘sussurrare’ il presunto peccato nell’orecchio di qualcuno che possa agire di strumento o di penna per conto proprio. Un tutto che volendo si può chiamare coraggio delle proprie azioni.

Il titolo Dei delitti e delle pene è preso in prestito da un breve saggio – il più noto dell’illuminismo italiano e di grande influenza sui pensatori europei successivi – scritto da Cesare Beccaria e pubblicato nel 1764. In questo pamphlet Beccaria si pone con spirito illuminista delle domande circa le modalità di accertamento dei delitti e circa le pene allora in uso.

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