Abarth Punto S2000

Quando Marchionne affossò il Reparto Corse Abarth

Di Luca Pazielli

Trent’anni nei posti di comando del motorsport dopo averne fatti sei nell’abitacolo, Claudio Berro non ha dubbi, l’esperienza fatta nei rally, in un’epoca dove soprattutto il ruolo del navigatore era strategico, è stata determinante per fare quella carriera. E gli esempi sono tanti: da Cesare Fiorio a Jean Todt, da Daniele Audetto a David Richards fino ad Ove Andersson, negli anni Settanta non bastava solo guidare o“leggere le note, bisognava saper organizzare e gestire, così si sono formati personaggi che hanno occupato poi ruoli importanti come dirigenti.

“Ho iniziato in un’epoca straordinaria, era il 1979, ho debuttato con Amedeo Gerbino, sulla Talbot Sunbeam 1.6 Ti – ci racconta -. Ho avuto la fortuna di partecipare all’evoluzione di questo modello che era già ben dotato, ma ci fu poi l’intuizione di quello che io considero un genio inglese Dess O’Dell, che contattò Chapman per montare il motore Lotus 2.2 4 cilindri (la metà del V8“della Lotus Esprit) abbinato al cambio ZF e il ponte Salisbury. Una macchina strepitosa, con una motricità incredibile, tanta affidabilità e robustezza,“infatti con Tony Pond, Henri Toivonen ed Guy Frequelin fu a lungo protagonista”.

Già dal 1981 hai cominciato a far coppia con Federico Ormezzano…

“Agli inizi è stato un po’ difficoltoso il rapporto con i tecnici inglesi poi quando hanno capito l’interesse che c’era in Italia per la Lotus Talbot ci hanno seguito meglio e sono arrivati risultati importanti, soprattutto nel 1982 eravamo sempre a giocarcela con le Ascona 400 e abbiamo vinto il campionato Gruppo 2, Federico con quella macchina si esaltava”.

Quella esperienza in pista fu importante perché nel 1994 arrivò la chiamata di Todt.

“Con Jean non avevamo mai smesso di sentirci, dopo che fu chiamato da Montezemolo in Ferrari nel luglio del 1993. Ci incontrammo spesso perché stava definendo l’organigramma. Il 1º gennaio del 1994 ho preso servizio a Maranello, nominato direttore sportivo logistico, con una squadra da ricostruire fatti salvo i piloti che erano Alesi e Berger. I primi anni furono piuttosto complicati soprattutto perché l’ambiente Ferrari subisce delle fortissime pressioni da parte di tutto l’ambiente e dalla stampa in particolare. Tra l’altro nel 1997 divenni proprio capo della comunicazione e l’impegno era davvero complicato, per fortuna c’era stata una svolta importante con l’arrivo di Schumacher e iniziarono a realizzarsi quei risultati che portarono all’indimenticabile vittoria di Suzuka nel 2000, con la conquista del primo titolo di una lunga serie”.

Eri ormai entrato nell’orbita Fiat-Ferrari e abbandonate le strade dei rally ti ritrovavi un po’ recluso nei circuiti?

“Certamente sono ambienti diametralmente opposti non solo per una questione di spazi ma anche sotto l’aspetto umano e poi manca quello spirito di improvvisazione e avventura. A un certo momento Montezemolo mi ha incaricato di organizzare il reparto corse Maserati, vista già la mia esperienza con il Challenge Ferrari, è stata un’altra sfida molto esaltante perché con la MC12 abbiamo ottenuto ottimi risultati e poi con il mio solito pallino dei Trofei ho creato un bel successo con le gare riservate alle GT,una bella opportunità concessa a gentleman driver che arrivano per il weekend sui campi di gara e trovavano tutto organizzato per pensare solo a guidare e divertirsi”.

Poi è arrivata la chiamata da Torino e si sono riaperti nuovi orizzonti.

“La verità è che in quel periodo Lapo Elkann era molto attivo e dinamico in Fiat con la struttura Brand Promotion, supportato e assecondato da Luca De Meo. Io fui contattato per impostare un programma rally, era un progetto che mi piaceva perché mi permetteva di ritornare in un mondo che conoscevo bene. Ho ereditato una situazione che attraverso la NThecnology di Mauro Sipsz già era collaudata e mi misi a lavorare nell’ambito di un progetto che prevedeva anche il rilancio del marchio Abarth. Subito con la Punto S1600 e Paolo Andreucci, che già era stato mio pilota in Peugeot con la 106, poi con la Grande Punto Abarth che ci diede grosse soddisfazioni anche in campo internazionale vincendo con Giandomenico Basso il neo campionato IRC. C’erano tutti i presupposti per sbarcare nel Mondiale, l’entusiasmo di De Meo e il supporto tecnico del bravo ingegnere Andrea Adamo. Praticamente tutto approvato, era un progetto da 20 milioni, ma all’improvviso Marchionne decise che non se ne faceva più nulla anche se c’era garantita una bella copertura del budget da parte di RedBull, che guarda caso finì per essere poi lo sponsor della Polo quando De Meo, sostenitore dei rally, approdò in Volkswagen. Peccato si era persa una bella occasione per rivedere una macchina italiana protagonista nei rally”.

Sati leggendo un estratto dell’intervista pubblicata su RS e oltre di dicembre 2021

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