Piero Sodano

Piero Sodano: con la Lancia nel cuore

Ha cominciato a correre nei rally, come navigatore, senza conoscerli, giusto per fare un po’ di esperienza, come si può fare a 19 anni. Ha scoperto cosa erano le note e teneva i quaderni nella stessa cartella che aveva usato a scuola, ma alla prima gara ha vinto. Era il 1965, la gloriosa carriera di Piero Sodano è iniziata così. In circa 15 anni di attività agonistica sono poi arrivati due titoli italiani e il prestigio di correre da ufficiale con quasi tutti i migliori piloti degli anni 70. Il nome di Piero Sodano lo ritroviamo accanto ai palmares di Sergio Barbasio, Sandro Munari, Mauro Pregliasco, Amilcare Ballestrieri, Simo Lampinen, Ove Andersson, Achim Warmbold.

“Fu un caso, io veramente volevo comprare una Formula 850 e fare qualche gara in pista, ma il segretario dell’Automobile Club Savona mi propose di correre nel Rally dei Monti Savonesi, quindi in casa, con Vittorio Penè su una Abarth 1000. Mi convinsi quando vidi la macchina e sentii il suono uscire da quella marmitta. Vincemmo, una gara dura, quasi tutta su terra contro avversari importanti per quell’epoca, come Luigi Tabaton e Carlo Massagrande”.

Agli inizi ti sei anche ritrovato a navigare Arnaldo Bernacchini, una strana coincidenza viste poi le vostre prestigiose carriere…

“Si abbiamo fatto qualche gara insieme e devo dire che Arnaldo andava veramente forte, sarebbe potuto diventare un ottimo pilota ma poi gli offrirono di pagarlo per fare il navigatore e scelse di passare alle note facendo una brillante carriera”.

Nel giro di breve diventaste tutti e due ufficiali con la squadra Lancia. Quale fu l’occasione che ti portò ad accasarti?

“Ebbi l’occasione di correre con Cristiano Rattazzi, lui rampollo della dinastia Agnelli, si era già messo in luce in coppia con Luca Montezemolo, che poi aveva scelto di passare al volante. Fu Fiorio che mi concesse questa opportunità, che poi fu un’ottima occasione, perché Cristiano andava molto forte e ci trovavamo molto bene insieme, così quando dovette smettere di correre, per importanti impegni professionali, in qualche modo mi fece capire che poteva “raccomandarmi” perché firmassi un contratto da professionista”.

Fu così che nel 1971 entrasti nel Reparto Corse Lancia come navigatore di Sergio Barbasio?

“Ero impiegato alla Chevron a Savona. Non avrei più avuto ferie a disposizione, soltanto così avrei potuto continuare a correre: mi licenziai e firmai il mio primo contratto a Torino, si realizzava un sogno. Barbasio era già un affermato pilota e con lui ci fu un ottimo affiatamento, poi la Fulvia era la vettura vincente. Abbiamo infilato una serie di vittorie e di piazzamenti che ci consentirono di conquistare il titolo fin dal primo anno insieme”.

Titolo che avete conquistato di nuovo l’anno successivo…

“Barbasio, detto Fox per la sua furbizia, era appunto molto bravo a fiutare le occasioni oltre ad essere molto regolare. Le gare a quei tempi erano molto lunghe e dovevi saper amministrare. La concorrenza era molto agguerrita, ma le macchine si rompevano anche facilmente, così l’importante era arrivare al traguardo più che fare dei tempi. Già nel prendere le note Barbasio era diverso e maniacale, lui più che la nota della singola curva era molto attento alla sequenza della traiettoria”.

Quando Barbasio pensò che la Fulvia non era più competitiva e passò in Fiat, tu decidesti di rimanere in Lancia. Come mai?

“Sì, nel 1973 mi fu offerto di continuare il contratto, in Lancia mi sentivo come a casa, e feci qualche gara con Ballestrieri e Lampinen, anche con Pregliasco e Andersson, ma era un momento di transizione, così nel 1974 mi trasferii anch’io in Fiat dove ritrovai Barbasio. Ma non fu un anno felice, soltanto 5 gare, anche una con la X1/9 insieme a Bacchelli, a fine stagione capii che era finita l’avventura ed ebbi l’occasione di tornare in Lancia per salire a fianco del Drago sulla Stratos al RAC. Successe per caso, perché ero andato in Inghilterra per cercarmi un sedile per l’anno successivo, ma lì Audetto mi disse che Mario Mannucci non poteva partecipare alla gara perché malato. Non avevo neanche la tuta con me, non era ancora obbligatoria, avevo i moon boot e l’eskimo, ho corso così e alla fine abbiamo conquistato un ottimo terzo posto che avrebbe potuto essere meglio se non ci fossero stati ordini di scuderia”.

La stagione del 1975 ti ha visto protagonista sempre con la squadra Lancia, che per strategie di marketing aveva deciso di mettere sul campo le Beta coupè oltre alla Stratos.

“A me è toccata la Beta, ho corso con Ballestrieri, Pregliasco e Lampinen. Era una macchina con varie problematiche, ma comunque arrivarono due secondi posti in Sicilia e all’Alpi Orientali. Poi nel 1976 sono salito di nuovo sulla Stratos con Pregliasco ed è stato un anno particolare. Iniziato con una vittoria in Sicilia, poi dopo due ritiri, a maggio mi sono ammalato di mononucleosi. Il mio sedile è stato così occupato da Angelo Garzoglio, quello che è successo al Rally Valli Piacentine è veramente molto triste e la sua morte mi turbò molto, perché avrei dovuto esserci io. Angelo era un grande professionista oltre che un caro amico, era anche lui savonese. Il 1976 si concluse con la vittoria del Giro d’Italia sulla Stratos in coppia con il mitico Carlo Facetti. Un’avventura particolare, perché fin dalla prima PS (la Cesana-Sestriere) mi disse “lascia perdere le note tanto io vado a vista”. Lui poi in pista era un fenomeno e io dovevo solo tenere conto della tabella oraria”.

Nel 1977 sei rientrato a tempo pieno con il Drago…

“Dopo la vittoria del Montecarlo, Silvio Maiga ha deciso di ritirarsi per motivi personali, così ho preso il suo posto. Con Sandro abbiamo sfiorato la vittoria al Safari, per colpa della cinghia dell’alternatore. Siamo riusciti comunque a conquistare un terzo posto. Poi abbiamo vinto il Total Rally e Castrozza, risultati che hanno permesso a Munari l’attribuzione della Coppa FIA Piloti che poi divenne il Campionato del Mondo”.

La tua carriera agonistica si è praticamente conclusa con la stagione del 1978.

“Dopo un deludente Montecarlo con la Stratos Pirelli, c’è stato un poco entusiasmante Portogallo con la 131e infine la chiusura al RAC, in tutti i sensi, abbandono in gara e fine della mia carriera professionistica. A quel punto ho deciso di dedicarmi al mio Ristorante Sodano, nel centro storico di Savona, ritrovo di appassionati di rally ma anche di cucina, perché le ricette di mamma Rita eseguite dallo chef Renzo avevano molto successo”.

Ma l’ambiente non l’hai mai lasciato del tutto, perché dopo una gara con Warmbold, un altro Safari con Munari e l’attività come DS presso la ART dei fratelli Alessandrini, sei poi entrato in FIA come delegato Media.

“Dal 1996 al 2010 per volontà di Max Mosley ho ricevuto l’incarico di coordinatore per tutte le attività di Media, Press e TV nel Mondiale Rally. Ho vissuto una rivoluzione importante nell’ambito delle gare, sotto l’aspetto sportivo e organizzativo. Innanzitutto, per quanto riguarda la sicurezza, per farti un esempio l’introduzione dell’Hans non è stata così semplice e poi la gestione degli elicotteri delle squadre, il debutto del famoso sistema “quadrifoglio “ con le prove che convergevano in unico parco assistenza. È stato difficile farli accettare certi cambiamenti, forse perché erano stati proposti soprattutto da David Richards, ma alla fine hanno sicuramente contribuito a rendere le gare più sicure per i piloti e per il pubblico, a risparmiare sul dispiegamento dei mezzi e infine a divulgare maggiormente i rally in TV”.

Dai tuoi rally degli anni Settanta ad oggi: come vedi le gare attuali?

“L’esempio che mi viene più immediato è che c’è una differenza come tra la maratona e i 100 metri. Le gare dei miei tempi erano stile endurance e si vinceva anche con la regolarità. Poi le assistenze sul percorso facevano tanto la differenza e, quindi, anche le strategie di gara, a questo proposito è cambiato tanto il lavoro del navigatore che oggi deve soltanto pensare alle note e ai tempi, mentre prima, insieme al direttore sportivo, doveva gestire anche i punti assistenza e i cambi gomme. Detto questo, oggi vanno come delle saette e sono dei fenomeni perché spesso corrono sulle stesse strade che facevamo noi ma vanno il 20-30% più veloci. Per fortuna la sicurezza ha fatto passi da gigante”.

Qualche curiosità Pierino, quale è stato il tuo rally preferito?

“Le gare dove c’era veramente da navigare, quindi Safari e RAC”.

La tua prova speciale preferita?

“Emotivamente il Turini, ti dico anche quella che proprio non mi piaceva, il Teglia”.

Hai mai avuto paura?

“Sì, con Ballestrieri, ma in moto. Avevo appena comprato una Kawasaki e sono andato all’Elba e una volta lì, durante le ricognizioni, ho chiesto qualche consiglio ad Amilcare su come guidarla. Naturalmente senza casco siamo partiti alla volta di una prova speciale, non frenava mai, fu un incubo”.