Clamoroso: gare nuove per completare il WRC 2020

Inchiesta, i rally che vorrei: lunghi difficili e complicati

Dal “forse i piloti preferirebbero gare più corte per risparmiare” al “i piloti non vogliono correre rally lunghi” il passo è breve. Basta un po’ di autosuggestione. Il problema è che il pensiero è palesemente sbagliato a monte. Però, attenzione: se lo scrive un giornale che i piloti hanno voglia di correre, i giornalisti che lo hanno scritto probabilmente “sono interessati”, “non avevano nulla da fare”, “non capiscono di rally”, “fake news”, “tutte balle”, “non ci sono più i piloti di una volta”… E probabilmente, per alcune persone, continuerà ad essere così anche se lo scrive un giornale attribuendolo ad un pilota. E già, perché in una caccia continua alla scusa banale, si dirà: “Ma è uno, poi nega di averlo detto…”. E quindi, i giornalisti “hanno frainteso”, “non hanno capito”, “se lo sono inventati”, senza risparmiarci “fake news”, “tutte balle”, “non ci sono più i piloti di una volta”.

Lasciateci dire che questa fiaba a tinte fosche che vuole farci credere a tutti i costi che “i piloti non vogliono correre rally lunghi” stride con una realtà con cui, per lavoro e per passione, ci confrontiamo tutti i santi giorni, domenica inclusa, dalle 8.30 del mattino fino alla mezzanotte. E tutto torna: per un migliaio di persone che dicono che vogliono correre rally da 150-200 chilometri (qualcuno da 350-400 chilometri) possibilmente con fondi variabili, un piccolo numero di altre persone, che si conterà verosimilmente sulle punte delle dita di una mano, replicherà con “fanta-teorie”, che nascono dalla propensione a fare ti tutte le erbe un fascio.

È normale che non tutti vogliano o possano permettersi rally lunghi 200 chilometri una volta al mese per dodici mesi l’anno con vetture da assoluta. Ma qui emerge un altro problema tutto italiano: la mancanza di un entry level dopo la quasi totale sparizione dei Campionati Regionali. Non è stato un errore professionalizzare la Coppa Rally di Zona, anzi. Ma c’è bisogno di altro per i gentleman e per i cosiddetti piloti della domenica: una Seconda Divisione articolata con la vecchia formula dei rallysprint, interamente su un giorno, da 40 a 60 chilometri di PS e con almeno tre prove speciali da ripetere. Il tutto inserito all’interno di un Campionato Regionale con una finale nazionale, che proietti un under verso il CIR e poi chissà… Quindi, abbiamo deciso di metterci la faccia conducendo una maxi-inchiesta a cui abbiamo poi pensato di dedicare la copertina. In pratica, come e quanto vogliono correre i piloti, RS ha deciso di chiederlo direttamente a loro.

I rally secondo i “Senatori”

FRANCO CUNICO

Gare difficili senza monogomma

“Il mio Campionato ideale si struttura con il 50% dei rally su asfalto e il 50% su terra, nessun coefficiente, con tutti i risultati validi e una lunghezza complessiva delle prove speciali variabile tra i 180 e i 200 chilometri. Credo in un format di otto eventi, sì eventi, non semplici rally, con la turnazione obbligatoria di una gara all’anno che faccia spazio a competizioni immancabili come Piancavallo ed Elba, per fare due esempi. Ma è fondamentale che CIR diventi un marchio credibile e perciò vendibile. Un Campionato unico e con “C” maiuscola, tutto il resto sono trofei. Non hanno senso tutti questi campionati… Il chilometraggio è importante perché consente di impostare una tattica che può rivelarsi vincente o meno, ma che è insita nei geni del rallysmo. E che è proprio l’aspetto che non deve mancare mai in un rally. Nel concetto di gara ideale, ovviamente, un equipaggio non deve restare mai per oltre due prove speciali senza l’assistenza. E a proposito di parchi assistenza, toglierei subito i limiti che ci sono al numero di meccanici. Non prevederei alcun obbligo di iscrizione al Campionato Italiano per i piloti e soprattutto eliminerei il concetto della monogomma. Se i piloti devono lottare tra loro e devono farlo anche i Costruttori di auto, sarebbe il caso che lo facessero anche i Costruttori di pneumatici. Valorizzerei di più le R5, che sono troppo sottovalutate e abolirei il concetto di chicanes e altre “artificialate” che rovinano tutto l’aspetto estetico di un rally. In una serie nazionale di primo livello stanno bene insieme gare veloci come la Targa Florio e gare più lente e guidate come i rally Alpi Orientali e Sanremo. Credo, infine, che ci siano troppe gare e troppi annullamenti, che a volte suonano come anomali. Il problema si potrebbe risolvere chiedendo delle fideiussioni a garanzia di serietà. Se non organizzi la gara ci rimetti dei soldi”.

LUCKY BATTISTOLLI

Rally fra la gente e in posti belli

“Un Campionato Rally che voglia essere considerato tale deve avere una componente importante di gare su terra, pari al 60% sul catrame e del 40% sui fondi sterrati, per un totale di 8 gare. Non solo: deve avere 200 chilometri di prove speciali. Alle gare su terra metterei il coefficiente e le vorrei lunghe e dure, tanto le auto moderne sono di ottima fattura e non si rompono. Il valore di un pilota non può essere valutato se super specializzato. Ci sono zone della Toscana, della Sardegna e dell’Abruzzo, solo per fare un esempio, in cui si può andare a correre su una terra straordinaria. I rally su asfalto, invece, devono essere gare importanti. Che abbiano una storia, come ad esempio Elba, Targa Florio, 1000 Miglia, eccetera. I contesti devono essere belli e le gare devono essere diverse e difficili. Non veloci, difficili. Mi piacerebbe partire da un bellissimo centro città, avere la giusta visibilità, non solo con le dirette, che sono comunque belle e gradite, ma vorrei la TV e i giornali. Oggi i rally sono sprint e ci sono troppe gare. Vorrei meno rally ma che siano più Rally, con la “R” maiuscola. Eventi importanti. Due giorni di gara, la formula del super rally per rientrare con una penalità nel caso di ritiro nella prima tappa della gara, ma soprattutto gare lunghe e difficili che permettano di fare strategie e con percorsi che passino in luoghi belli. La notte? Sono per la prova serale, non per quella in notturna, seppure mi piace correre di notte. Però, la ritengo anacronistica nell’ottica in cui si punti a rendere televisivo il format. Una volta era diverso, ma si correva con 7 ore di prove speciali. Era d’obbligo correre di notte”.

Seguono decine di interviste su RS e oltre di marzo 2021

Cosa chiede la “nuova” generazione

ANDREA CRUGNOLA

Format del WRC e la notte

“Immaginando di avere la bacchetta magica, e dimenticandoci il periodo di emergenza sanitaria che stiamo vivendo, il mio rally ideale ha il chilometraggio del mondiale, con 300-350 chilometri di prove speciali suddivisi in tre tappe. La lunghezza delle prove speciali viene di conseguenza, ma direi che non si dovrebbe scendere sotto i 18 chilometri per le prove più corte con alcune prove da 40 chilometri belle toste e impegnative. Le prove più lunghe sono ovviamente le più belle: ti diverti ed entri in simbiosi con la macchina. Il rally dovrebbe essere misto con tappe su terra alternate all’asfalto per potersi confrontare su tutti i fondi, come accadeva nella tappa del mondiale in Spagna. Sicuramente è affascinante anche una situazione tipo Cipro, dove la gara è completamente terra-asfalto e il regolamento prevede l’utilizzo delle sole gomme da terra. Si vedono sempre dei gran traversi! Bella la neve sulla quale ho gareggiato al Rally Liepaja in Lettonia oppure a Montecarlo, anche se molto impegnativa per quanto riguarda la tecnica di guida. Le prove speciali, se hanno un chilometraggio congruo, possono presentare ogni sorta di percorso, con continui cambi di ritmo dal veloce, al misto stretto, con tornanti e tornare al veloce. Percorsi nei quali il pilota si esprime al meglio ed emerge il più capace e completo. Mi piace anche la notte. Ho bei ricordi del Rally della Lanterna e della Ronde del Sanremo, anche queste situazioni molto stimolanti e impegnative. In gara mi manca molto l’assenza del pubblico e spero in futuro che il format possa tornare a varie prove da ripetere solo due volte anziché tre. Dobbiamo ricordarci però che stiamo vivendo un periodo di emergenza e dobbiamo farcene una ragione”.

SIMONE CAMPEDELLI

Bilanciare rally e potenze

“La mia idea di rallysmo sarebbe un ritorno alle origini, tra cui il ritorno alla notte. Mi piace che un rally crei delle situazioni avventurose. Sicuramente più lungo come percorso rispetto a quelli attuali. Non mi piace il concetto moderno di parco assistenza. Credo che abbia snaturato i rally. Agli appassionati di rally, di tutte queste apparenze, non importa nulla. Sono soldi spesi male. Serve solo maggiore concretezza. Serve che i rally tornino ad essere Rally e che mai vengano confusi con le gare in pista. Bisogna riportare la gente a bordo strada, con intrattenimenti, che potrebbero essere di per sé delle assistenze. Un chilometraggio compreso tra i 150 e i 200 chilometri di prove cronometrate sarebbe il giusto compromesso. Però, bisogna scegliere percorsi difficili e diversi tra loro: terra, asfalto, neve… Il rally è improvvisazione e ogni gara dovrebbe avere una prova speciale da 35-40 chilometri alternata a prove di media lunghezza. La mia gara ideale parte dalle principali piazze delle più belle città di cui è ospite. Per il resto, credo che i rally debbano andare di pari passo alle vetture senza flangia. Bisogna poter sfruttare tutta la potenza. È inutile avere 380 cavalli e mettere la flangia e ridurre la potenza. Bastano 200 cavalli, ma che ci siano tutti e non qualcuno strozzato”.

Seguono decine di interviste su RS e oltre di marzo 2021

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