Giovanni Bernacchini: valigie sempre pronte

Giovanni Bernacchini: valigie sempre pronte

Ci sono persone nel mondo delle corse con le quali si vorrebbe parlare per ore e ore ascoltando in religioso silenzio le centinaia di aneddoti che potrebbero raccontare. Persone vere che vivono nel motorsport e per il motorsport riuscendo a far emergere oltre al loro talento, le doti umane. Giovanni Bernacchini è una di queste. Milanese di origine, polacco di adozione – vive nei pressi di Cracovia da una decina d’anni con la moglie Justyna e i figli Jan ed Henryk – il figlio del grande Arnaldo entra a pieno merito nel novero degli italiani più titolati di sempre a livello internazionale grazie a tre titoli mondiali conseguiti con Al-Attiyah (nel 2014 ha vinto il WRC2) e con Tempestini (vincitori nel 2016 del WRC3 3 del FIA Junior) oltre a cinque titoli Mediorientali.

“I rally fanno parte del mio mondo e non posso stare senza correre”, esordisce il copilota nato nel 1973 che proprio nell’anno horribilis 2020 ha deciso di tornare ad indossare il casco dopo due anni vissuti da direttore sportivo in Abarth nei programmi del FIA GT e negli altri contesti nazionali. È da qui che parte la nostra intensa chiacchierata…

“Molte cose nascono per caso. Dopo il WRC con Tempestini nel 2017 mi trovavo in quel momento della stagione in cui non si riesce ancora a pianificare l’anno successivo: alcuni pourparler e poco più. Mi stavo chiedendo se non fosse giunto il momento di smettere di fare il copilota dopo venticinque anni di attività e proprio mentre mi ponevo questi dubbi mi chiamarono da Torino per propormi un contratto biennale da Racing Manager in Abarth. Mi sembrava un segno del destino. Ho accettato ben sapendo che si trattava di un cambio di vita in tutti i sensi: l’incarico è stato infatti molto formativo e stimolante ma ha significato la lontananza per due anni da casa e dalla mia famiglia. Da tutte le esperienze bisogna imparare: a me quel biennio è servito molto. Con il gruppo di lavoro mi sono sempre trovato bene e le mansioni che svolgevo mi appassionavano anche se si trattava di un lavoro gestionale e da “scrivania” ma proprio grazie a questo lavoro ho capito che il mio vero ruolo era quello del navigatore e così ho deciso di ritornare a correre”.

I viaggi e le valigie – mica quelle con i soldi che portano molti suoi colleghi ma quelle tradizionali – sono sempre stati al centro delle gare del “giramondo-Bernacchini” fin dai primi round extra nazionali con Caldani, Ballestrero o Baldacci. La valigia, dunque, diventa uno strumento fondamentale del lavoro del copilota lombardo ed il bagaglio è un carico sempre più importante inteso questa volta come carico esperienziale grazie anche a due lingue parlate perfettamente, l’italiano e l’inglese ed un buono spagnolo utile ad arricchire le possibilità di ingaggio con i piloti latini.

Manca paradossalmente il polacco… “effettivamente è strano a dirsi ma è così – ridacchia Giovanni- ma stiamo parlando di una lingua assai difficile da imparare ancora più se deve essere utilizzata per tecnicismi professionali come quelli utili per affrontare il mondo delle corse. Pensa che alcuni anni fa mi contattò Kubica per gareggiare con lui, ma esigeva le note in polacco. Provai a “trattare” proponendo l’italiano o l’inglese, ma lui pretendeva solo la sua lingua madre che gli risultava molto più comoda ed immediata: non se ne fece nulla”.

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