Rendina-Inglesi

Emanuele Inglesi: ”Che si deve fare per correre?”

Di Luca Del Vitto

Toc toc. “Scusi, che si deve fare per correre?” con questa frase che scatenò l’ilarità di tutti i presenti, un giovanissimo Emanuele Inglesi si presentò alla segreteria del Rally di Pico per capire come fare per realizzare il proprio sogno. In realtà lui giocava a calcio, ma la verità era che andava agli allenamenti solo per fare curve e contro curve col motorino durante il tragitto. La vera fiamma ardeva altrove: fin da bambino papà Guerino lo aveva portato a tutti i rally immaginabili, da Nord a Sud passando per quelli del Centro vicini alla sua Ceprano, paese di novemila anime in provincia di Frosinone. Lui andava spesso a vedere le partenze delle prove speciali mettendosi dalla parte dei navigatori curiosando tra i quaderni, nei gesti e nei preparativi dei copiloti prima dello start. Non aveva alcun contatto con quel mondo che vedeva con occhi incantati, per cui l’unico modo per entrarvi era quello di chiedere a chi i rally li organizzava. “Alla mia domanda tutti si misero a ridere ma capirono anche che evidentemente mancavano informazioni. Fu anche grazie a questa mia “uscita” che organizzarono un corso navigatori”, racconta ad RS l’oggi quarantatreenne Emanuele Inglesi, ormai affermato copilota.

DAL DEBUTTO AL 2 LITRI

“Avevo lavorato come muratore per due estati consecutive, dopo gli studi, per poter pagare il mio primo rally. Mi viene ancora da sorridere pensando che mi bruciai quel budget per un rally in un solo fine settimana pagando ricognizioni – allora duravano parecchio – e iscrizione. Gareggiai al Rally di Pico 1997 (anno del debutto mondiale delle WRC, ndr) con Maurizio Castrechini e la gioia di aver corso fu indescrivibile”, ci spiega. Già da questo inizio si può capire quale motore muovesse il giovane Inglesi. In pochi oggi, farebbero sacrifici rinunciando a ferie o ad altri diletti per poter fare un rally ed ecco, forse, perché la federazione italiana si li sta semplificando pur non riuscendo a contenere i costi. La pasta di Emanuele è però un’altra. La sua passione la si può solo immaginare. Si provi a pensare ad un piccoletto di diciotto anni che da un paesino del Lazio viene spedito nel profondo Friuli per la leva militare e che si gioca le licenze per andare a correre e non per tornare a casa: “Non tornai a Ceprano per un anno intero. Avevo iniziato a gareggiare nell’allora 2 Litri con Di Cosimo e per farlo accumulavo i permessi. I miei genitori li vedevo sul campo gara perché venivano a tifarmi e a vedere come stavo!”.

PASSIONE DA VENDERE

Gli inizi sono così per chi ha passione da vendere: non badi a null’altro, non pensi a niente al di fuori dei rally. Non ti poni il problema della livrea o della tuta bella e coordinata. Conta solo l’adrenalina che sgorga dalle viscere fino al sangue. “Il mio primo rally fu davvero incredibile – prosegue a raccontare – avevamo un budget davvero nullo: noleggiammo una Peugeot 205 1.9 GTi da un team di Sorrento ma per risparmiare non richiedemmo alcuna assistenza: io ed il mio pilota Maurizio Castrechini dovemmo prendere la macchina col carrello in Campania e la riportammo dopo la gara con le stesse identiche gomme di quando la ritirammo ma praticamente con fuori le tele. Ci appoggiammo al team di Tribuzio per alloggiare l’auto durante il parco assistenza e loro ci facevano benzina e ci portavano dei panini: forse gli facevamo tenerezza… Nonostante ciò arrivammo decimi assoluti e secondi di classe in quel Rally di Pico!”. E dire che se si entrasse a casa Inglesi questa passione non la si percepirebbe. Non si penserebbe di essere tra le mura di un rallysta: non una foto, non un quadro, un ninnolo o una coppa. “Io non mi lego alle cose ma alle esperienze: e appena finiscono, mentalmente, le chiudo. Difficilmente dopo una gara riguardo un video o un camera car e conservo poche foto. Non chiedetemi chi ha vinto l’ultimo Rally di Roma… Sono fatto così”. Ce ne accorgiamo anche noi. Ottenere da lui fotografie per corredare questa intervista è un’impresa assai ardua anche se dopo mille fatiche, fruttuosa. Di tutte le sue coppe ne ho conservate solo due del Mondiale con Max Rendina.

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