Arturo Merzario

Arturo Merzario: il ”cowboy” a stelle e strisce

Per un attimo, provate ad immaginare la storia come un grande armadio. Dietro le sue ante ci sono tanti scomparti, ognuno dei quali è dedicato ad un personaggio le cui gesta alimentano racconti e leggende, un insieme di cassetti intitolati con nomi e marchi che resteranno indelebili. Apriamo assieme a voi uno di questi scomparti, sul quale c’è scritto un nome, le cui imprese ci faranno compiere un viaggio a ritroso di oltre quarant’anni per poter rivivere momenti leggendari: Merzario, le otto lettere d’oro di un vero cowboy. Stravagante e fortissimo pilota lariano, soprannominato il “Fantino” per il suo fisico asciutto e per la statura, con i suoi modi da guascone, ma sempre schietti e sinceri, ogni volta è riuscito ad imporsi e a dimostrare il suo valore. Ci mette ancora oggi cuore e passione, un autentico cavaliere del pericolo.

Personaggio complicato: se lo interrompi mentre parla si arrabbia, raggiungerlo al telefono è un casino a causa dei suoi “millemila” impegni, quasi tutte le volte rinvia gli appuntamenti, ma quando si siede trascorre anche un’ora al telefono. I suoi racconti sono magici: dettagli precisi e netti ti fanno sentire lì, a respirare quell’odore di benzina e a sentire i rombi delle auto da corsa. Nelle salite sulle montagne greche. A fianco ai burroni di Tenerife con la Porsche 911 SC. Con i suoi record a Le Mans. Lo vedi fare scherzi a Mario Andretti o sfrecciare lungo le strade della Targa Florio con i prototipi Alfa Romeo o con le Ferrari 312 PB.

La stragrande maggioranza degli appassionati conosce perfettamente quella che è stata la brillante carriera di Merzario in Formula 1 e con gli Sport Prototipo, con i quali ha vinto ben tre campionati del mondo. Famosa è la sua storia in case automobilistiche come Ferrari, Alfa Romeo, Williams, ma pochi ricordano quelle che sono state le sue partecipazioni a competizioni rallystiche, come il Giro d’Italia Automobilistico e diversi Rally di Monza “vecchia maniera”, con a fianco navigatori di tutto rispetto.

Il primo rally di Arturo Merzario e il Jolly Club

Quando ci si rapporta con personaggi che ne hanno da raccontare, si resta incantati ad ascoltare per ore parole contenenti melodie. Aneddoti di un mondo che, certamente, oggi non esiste più. È bastato domandargli “ma lei, come si è ritrovato a correre nei rally?” perché si aprisse un mondo. La sua prima esperienza nei rally, era il 1963, partecipando a quello del Lario, dopo il debutto nel mondo delle corse nel 1962, con le gare in pista a bordo della Giuletta SZ. La conoscenza di Mario Angiolini, patron del Jolly Club. La proposta di correre il Giro Automobilistico della Sardegna. L’ingaggio del Jolly Club, che si fece carico di tutte le spese e dei costi per il trasporto della vettura fino all’Isola dei Quattro Mori. Arturo, assieme a Giuseppe Berselli, terminò il rally sulle strade sarde come terzo della categoria GTI, con la Giulietta Zagato “Goccia”, dopo un precedente e sfortunato Tour de Corse finito immediatamente per noie della vettura. Poi, dal podio sardo passarono dieci anni e all’inizio degli anni Settanta, Merzario era in Casa Ferrari. Un’altra particolarità che pochi conoscono è che, proprio in quegli anni, il formulista collaborò alla messa a punto della nuova arma che la Lancia aveva creato per dominare nei rally: la Stratos.

Sfortunato Giro Automobilistico d’Italia 1973

Proprio nei primi anni Settanta nacque il Giro d’Italia Automobilistico, che partiva da Torino ed il suo percorso prevedeva un’alternanza fra prove speciali di rally su asfalto e prove di velocità nei vari autodromi, fino all’arrivo a Roma. Nelle prime edizioni venivano formati equipaggi, composti da pilota e navigatore, i quali insieme percorrevano le poche prove speciali, compresi i trasferimenti fino ai circuiti scelti per le sfide in pista, dove il pilota correva da solo, per poi risalire assieme al navigatore e continuare.

Poi, dopo il 1975, vista la tipologia di gara, l’equipaggio venne formato da tre elementi: pilota rally e navigatore per le prove speciali e il velocista per i circuiti. Il navigatore condivideva l’abitacolo anche con quest’ultimo nei trasferimenti fra un autodromo e l’altro. Spaziando fra mille altre storie, Merzario racconta di quando Cesare Fiorio, in occasione del primo Giro d’Italia Automobilistico 1973 lo interpella e, nonostante Arturo sia già passato a correre in Williams, il direttore sportivo della Lancia lo chiama per correre quella lunghissima e affascinante gara, con alle note Piero Sodano, appunto con la Lancia Stratos HF e proprio perchè era stato fra gli sviluppatori di quell’auto. Vennero formati quindi due grandi equipaggi: Merzario-Sodano e Andruet-Biche. La gara del pilota lariano purtroppo finì a Imola, dove il motore della Lancia si fermò.

“Bello salire a fianco di Arturo lungo le veloci curve e gli stretti tornanti della Cesana- Sestriere – ricorda Piero Sodano – unica prova stradale di quella lontana edizione del Giro D’Italia. Dato che Merzario conosceva a memoria il percorso e non aveva bisogno di note, potei godere a pieno il suo perfetto lavoro mentre accompagnava, con pochi movimenti rapidi e sicuri, la nostra Stratos verso la cima. Purtroppo il divertimento fu di breve durata, perché il motore iniziò a scoppiettare e, dopo pochi chilometri, persino io iniziai a percepire le mancanza di potenza. Merzario, in un attimo, mi mostrò le cinque dita della mano destra: certo, stavamo “andando a cinque” e il tempo di 5’47” che ci accreditarono a fine prova ci disse che avevamo perso circa 20” dal miglior tempo, fatto dal nostro compagno di squadra Andruet, con l’altra Stratos. All’assistenza, i nostri magnifici meccanici sostituirono tutto il sostituibile: candele, filtro, getti. Ripartimmo, ma il problema continuava ed Arturo pensò che fosse ben più serio, probabilmente il consumo anomalo del bocciolo di una camma, guasto non riparabile in gara purtroppo. Proseguimmo così sullo stradale, dove io riuscii a rendermi utile con il road book, prima per arrivare all’autodromo di Casale dove Merzario, con la sua malizia di pistaiolo, tenne dietro tutti nonostante il problema che avevamo avuto, compreso Andruet. Continuammo per il circuito di Varano de’ Melegari, dove nell’officina dell’Ingegner Dallara venne sostituito tutto il blocco carburatori, ma la mancanza di potenza non cessava. Al successivo circuito, Imola, dopo soli quattro giri, il motore si ammutolì. Finì così il nostro Giro d’Italia 1973. Poco ci consolò che successivamente, a motore aperto, fu accertato che era stata proprio una delle camme a cedere, come aveva immaginato Arturo. Però, inutile dire che è stato bello finché è durato”.

Estratto dell’intervista pubblicata su RS e oltre di settembre 2021

Copertina RS RallySlalom Settembre 2021

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