Angelo Grossi: il volto nuovo dei rally

Due indizi non faranno una prova, d’accordo. Ma nel caso di Angelo Grossi (foto GR Yaris Rally Cup), saremmo pronti a scommettere che valgano ben più di una coincidenza: il quinto posto nella classifica della GR Yaris Rally Cup ed il quarto colto lo scorso weekend al 1000 Miglia (con il controverso episodio accaduto nel corso della quinta prova speciale che ha fatto perdere almeno un podio più che meritato al romagnolo) lasciano intendere come Angelo Pucci Grossi abbia le stimmate del pilota vero. Non a caso, mentre a Fiuggi faceva notizia l’ottimo esordio del figlio d’arte – oltre all’indimenticabile papà Pucci, non va dimenticata mamma Sara Clerici, altra figura di spicco del nostro rallysmo -, a Montichiari a far parlare di sé è stato esclusivamente il 22enne riminese. Che ora si concede ad RS con questa intervista con la quale andiamo alla scoperta del talento attualmente leader della classifica Under 23 del neonato trofeo di casa Toyota.

Al 1000 Miglia hai corso per il successo ma, alla fine, il podio è sfuggito: bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto?

“Tutti e due. Vedo il bicchiere mezzo vuoto perché, a causa della mia scarsa esperienza, non sono stato in grado di gestire una situazione più grande di me. Dopo quanto accaduto nella quinta prova, sono entrato nel secondo passaggio di Moerna un po’ tramortito, deconcentrato, e lì ho perso secondi decisivi, che non siamo riusciti a recuperare su Pertiche… Il bicchiere mezzo pieno è per la crescita tra Roma e 1000 Miglia: abbiamo corso al nostro ritmo, senza mai andare oltre, ma abbiamo dimostrato di essere competitivo non solo nell’Under 23, che è il mio obiettivo principale in questa stagione, ma anche a livello di assoluta. Sabato ho colto il mio primo successo in una prova, ed è una soddisfazione, inoltre penso di aver fatto progressi nelle prove lunghe, nel feeling con il navigatore, un po’ ovunque. Diciamo che al 1000 Miglia abbiamo seminato più di quanto abbiamo raccolto, anche se sul piatto della bilancia metto – in positivo – i tanti riscontri favorevoli arrivati da diverse persone importanti. Anche mio padre, da lassù, sarà contento… L’episodio di Romagnoli? Federico è un ragazzo intelligente e di talento, so che è molto dispiaciuto per quanto accaduto; io stesso mi rammarico per lui… Diciamo che, al di là dell’episodio in sé, non mi piace finire la gara con un comunicato emesso quando sei già in pizzeria. Per me, le gare devono finire sulla pedana d’arrivo”.

Il tuo bilancio dopo le prime due gare nel trofeo.

“Il primo posto nell’Under 23 e nella classifica a squadra, il sesto nell’assoluta, ma a solo 5 punti dal secondo posto, dimostrano che siamo lì. E se penso che a Roma ho perso tempo nel finale per il problema al cambio ed al 1000 Miglia per un evento esterno… Nei trofei conta la costanza: sotto questo aspetto, direi che stiamo andando bene, nonostante l’inesperienza”.

Che pilota sei?

“Direi che sono un pilota in fase di apprendistato. Cerco di essere il più pulito possibile, ma quando arrivo in un tornante mi scatta una certa libidine ed una toccatina al freno a mano sto iniziando a darla, qua e là. L’Angelo buono mi dice di arrivare in fondo, quello cattivo che sono qui per divertirmi e divertire; insomma, per unire utile e dilettevole. Sono ancora alle prime armi nei rally (prima delle gare della GR Yaris Rally Cup, Angelo Pucci aveva corso solo al 4 Regioni – ndr), devo crescere ed imparare sotto ogni aspetto…”.

Sin troppo facile dire che vorresti emulare le gesta di papà…

“Papà era speciale, ancora non capisco come facesse a far convivere spettacolo e velocità: mi piacerebbe sviluppare quella sensibilità; lui era nato per correre e fare i rally… Io sono alle prime armi, non vedo l’ora di vivere il battesimo sulla terra, perché quello  è il fondo per antonomasia di questa specialità. Farò di tutto per rendere papà orgoglioso di me, ma seguirò in serenità e senza forzature il mio cammino: devo migliorare gara dopo gara, ora sono concentrato solo sulla Yaris Rally Cup e sui progressi che spero di costruire in questa mia prima esperienza agonistica nei rally”.

Hai iniziato in pista, con le Mitjet, facendo subito bene. Ma si direbbe che i rally fossero il destino.

“Con le Mitjet ho sostenuto un test e fatto un paio di gare, poi mi sono tuffato nel mio percorso universitario a Milano. Dopo la triennale si era paventata l’ipotesi di correre in pista, ma quando si è concretizzata l’opzione di provare i rally, non ci ho pensato mezzo secondo: il motorsport ha declinazione rallystica, ora voglio divertirmi e questa è la scelta giusta. Poi, mia mamma Sara è stata lungimirante nel non avermi subito lanciato nel mondo dei rally: sa cosa avrebbe significato, da mamma ma anche d moglie di Pucci Grossi mi ha preservato da un mondo insaziabile di paragoni… Ora sono più maturo, il cognome non mi pesa e penso a divertirmi”.

Non ti chiedo da dove nasca la passione, ma c’è un momento, o un episodio, che ha fatto divampare la passione per i motori e per i rally?

“Ce ne sono diversi. Fondamentale è stato l’atteggiamento di papà, che è stato d’insegnamento tramite gli esempi. Lui non mi ha mai precluso la possibilità di correre né mi ha mai spinto affinché ne seguissi le orme: se avesse seguito quest’ultima via, forse mi sarebbe passata la voglia. Poi, cito l’esperienza del flat track, a Misano, sotto la guida di Graziano Rossi: al primo controsterzo sulla BMW 318i, ho capito che questa poteva essere la cosa giusta per me… Da lì è nata l’esperienza in pista, e la velocità è diventata la mia droga. Diciamo che, se penso alle esperienze passate – partendo dai kart a noleggio passando per il tano enduro e tutto quello che è seguito -, mi viene da dire che fosse tutto scritto. E farlo così, un po’ per volta, ha fatto sì che ora, a 22 anni, ho ancora una grandissima voglia di fare e di mettermi alla prova”.

Le persone-chiave in questo tuo fresco cammino da pilota.

“Partiamo dalla mia famiglia: mamma Sara (Clerici, pure lei ex pilota di buonissimo valore – ndr), che tutt’ora orchestra il tutto. Conosce il motorsport da una vita, ne conosce rischi e privilegi; e poi mia sorella Michela, alla quale sono molto legato. Al di fuori del nucleo familiare, Alessandro Pavesi, lo storico navigatore di papà che ora ha un ruolo di primo livello, insieme a mamma, nelle scelte da fare; chiedo sempre a lui, si sta dimostrando straordinariamente competente. Poi tanti del mondo dei rally, da Murdolo a Peter Zanchi, che da ex compagno e rivale di papà mi ha offerto un’opportunità, convincendo anche mia madre; Finiguerra per la disponibilità, da ‘insider’ Toyota, e Leo Todisco Grande, che mi permette di avere un’immagine realistica di un mondo che non conosco ancora bene”.

Il Pucci papà, il Pucci pilota: raccontacelo dal tuo punto di vista.

“Papa era ed è – perché con lui conservo un dialogo quotidiano – una persona oltremodo dolce, che non sapeva farsi voler male; buono come nessuno. Era anche un animo caldo, e quando gli si chiudeva la vena, in prova come nella vita, faceva fatica a tenersi. Direi che è stato un papà anche per i miei amici: li ha sempre coinvolti in tutto quello che ho fatto io, quindi se andavo a sciare o in barca, c’erano anche loro, e posso dire che li abbia cresciuti trasmettendo loro un’esperienza non imposta, ma inculcata con principi saldi, senza mai imporre niente. Del pilota sapete tutto, aggiungo che non l’ho mai visto rifiutare una foto od un autografo; era incredibile per come coinvolgeva tutti, in squadra, ci teneva ad avere l’opinione del suo team manager allo stesso modo del meccanico che magari doveva solo fargli la pressione delle gomme: desiderava realmente conoscere il parere di tutte le persone, senza però mai distrarsi. Oggi, se fosse qui a seguirmi in queste miei primi passi nei rally, non mi direbbe niente, al limite risponderebbe alle mie domande con risposte interpretabili, perché lui era così, t’insegnava senza dare lezioni. Papà ti faceva volare, ti ascoltava e stimolava; da lui abbiamo imparato che la curiosità è il sale della vita”.

Papà Pucci è stato il tuo ‘eroe’ sportivo, ma sappiamo che tu lo stuzzicavi, sotto questo aspetto…

“Sì, lui è sempre stato il mio super-eroe, però lo prendevo in giro – e lui un po’ non la mandava giù – quando gli dicevo che mi piaceva tanto Travaglia. In realtà, al di là dello scherzo, sapevo che in quel modo lo stimolavo…”.

Invece, da bambino, restavi deluso quando non vedevi tuo padre su Vavavuma…

“Esatto: andavo matto per quei video costellato d’incidenti e ci restavo male perché, di solito, lui non appariva mai. Ma ogni tanto qualche soddisfazione me l’ha data (ride)”.

A proposito di Pucci: il tuo nome di battesimo è proprio Angelo Pucci.

“Esatto: mio padre, anche un po’ per scherzo con la sua navigatrice Roberta Termali, voleva chiamarmi Angelo, Pucci:  sì, proprio così, con la virgola. Fu Roberta a convincerlo che quella virgola proprio non ci stava, così lui corse in anagrafe per toglierla. Oggi, sono orgogliosissimo di portare il suo nome”.

Abbiamo conosciuto l’Angelo Pucci Grossi di 22 anni. Fra altrettanti anni, come vorresti vederti?

“Prima di tutto, vorrei essere una persona con una famiglia intorno, perché è il sale della vita: senza famiglia ed amici, non mi vedo. Professionalmente, vorrei essere una figura ben integrata nel mondo che verrà, in questa società sempre più interconnessa, competente nel mondo delle relazioni internazionali; al di là dell’attività che svolgerò, vorrei soprattutto sviluppare le mie competenze circondato da persone alle quali sono legato e che fanno sentire apprezzato”.

Intervista pubblicata su numero di settembre 2021 di RS e oltre

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